Lo scontento prevedibile di Steinbeck anche se non è inverno

Vedete: "L'inverno del nostro scontento" di Steinbeck è un libro molto, veramente molto bello. C'è un'indagine dell'animo umano che sembra leggera, invece ti entra dentro le ossa pian piano come l'inverno. La sua densità varia a seconda della fase di vita attraversata da chi legge nel momento in cui lo legge. Dovreste proprio prenderlo. Comprarlo. Averlo in libreria. Tutti. 

Però, ve ne prego: non comprate mai e dico MAI l'edizione Bompiani. Non lasciatevi tentare da quegli adorabili angoletti smussati della copertina, non fatevi tentare dai colori pastello dell'illustrazione, non fatevi abbindolare dal prezzo, non rincretinitevi come ho fatto io: la quantità di refusi che vi troverete, è talmente esagerata da risultare imbarazzante. 

Amen.


[L'inverno del nostro scontento] John Steinbeck, Ed. Bompiani 2011, pag. 158

Sono viva, eppure la terra mi è lieve

Benché spesso mi dica da sola che le mie braccia sono rubate all'agricoltura, non ho assolutamente idea di cosa significhi lavorare nei campi. Non so cosa voglia dire spaccarsi la schiena, china da mane a sera, sui cavoli o sulle lattughe, non ho idea di quanto sia faticoso zappare sotto il solleone, ignoro come possano essere le levatacce alle cinque del mattino per raccogliere zucchine e pomodori, non ho mai sperimentato l'ebbrezza di avere perennemente i calli sulle mani, non conosco lo sforzo sovrumano di tenere gli occhi aperti dopo le nove di sera. Posso immaginare soltanto. Per sentito dire, ma soprattutto per visto fare. Ammiro chi mi è accanto perché sopporta il peso di giornate così faticose tutti i giorni, con le labbra sempre sfiorate da un sorriso che non può sfuggire, perché evidenziato dalle rughe tipiche di chi vede riflettere i solchi della terra sulla pelle bruciata dal sole. È per questo che vedere la persona che amo, nelle poche e meritate pause del suo lavoro, persuadersi a leggere un libro cui tengo molto, mi strugge di tenerezza. Osservare le sue mani ruvide di contadino mentre sfogliano le pagine, magari sporcandole di terra, mi scioglie di languore, prima ancora di rendermi orgogliosa. E se anche verso qualche lacrima, che cada pure a terra. Lui saprà sicuramente farne uscire qualcosa di buono.