Ad esempio più denti, meno culi

[Il regno animale] Francesco Bianconi

Leggere per... motivi passati di moda

Ultimamente, su Facebook, c'è questa moda di pubblicizzare sulla propria pagina altre pagine, non so se solo in cambio di altra pubblicità o barattando formaggi e salumi, o la collezione Panini dei giocatori di calcio del 1982. Sta di fatto che ho la home piena zeppa di suggerimenti languidi e opinabili, che cercano di indirizzarmi verso pagine o blog dai titoli sempre più inflazionati. Quelli che mi saltano maggiormente all'occhio sono quelli dedicati ai libri, quelli che iniziano con "Leggo per.." Così ho pensato che fosse giunto anche per me il momento di espormi, di prendere anch'io finalmente una posizione senza nascondermi dietro atteggiamenti neutrali, di assumermi le mie responsabilità come lettrice e di qualificarmi davanti al pubblico sovrano. Ecco quindi il mio status, quello implicito che dovete intuire tra gli spazi de "Le-spugne-non-hanno-giornate-no":

- Non leggo per legittima difesa
- Non leggo per vivere
- Non leggo per sopravvivere
- Non leggo per evadere
- Non leggo per essere libera
- Non leggo per sognare
- Non leggo per protesta

- Quasi sempre leggo per saperne di più. Sostanzialmente LEGGO PER IMPARARE. (E qualche volta mi riesce pure). 


[Jack London bambino]


Ti offro un caffè

Stamattina ho dovuto accompagnare in fretta e furia mio padre a un appuntamento. Mi sono vestita in 3 secondi e ho guidato con gli occhiali da sole a mo' di cerchietto, in modo da arginare le ciocche di capelli strafottenti. Una volta lasciato mio padre, me la son presa comoda e ho deciso di farmi un giretto in libreria. Pochissima gente: oltre me, una giovane donna mai vista prima, che guardava i classici. A un certo punto mi si è avvicinata e mi ha detto a bassissima voce: "Hai messo la felpa al contrario". 

Sono queste le donne che mi piacciono: semplici, complici e discrete. Non so se ha capito il mio sorriso che andava oltre la gratitudine di avermi evitato figure imbarazzanti in strada, ma interiormente le ho persino offerto un caffè.


Di recensioni scarica barile







Considerazioni pressapochiste su un libro bellissimo: 

- Per quelli che hanno letto Butcher's Crossing, fate conto che il libro di Williams sia un solo capitolo del libro di Meyer. O viceversa, che il libro di Meyer sia un'estensione di fatti, di tempo e di soggetti del libro di Williams. 

- Per quelli che non hanno letto Butcher's Crossing, leggetelo. E leggete anche Il figlio, sono due libri imponenti che corrono verso lo stesso posto, il Far West, ma su binari differenti, eppure ugualmente intensi. 

- Per quelli che vorrebbero commenti meno vaghi e tirchi di questi: Gnente da fare. Tutto il dicibile l'ha già detto la Murgia, qui

- Per un attimo ho pensato che il libro l'avesse scritto Zingaretti.

Philipp Meyer

L'amore è come le foglie di lattuga



Una delle preoccupazioni maggiori di Barthes nello scrivere questo libro, è la stessa che ha il lettore nello spiegare cosa ha letto ed evitare qualsiasi fraintendimento sul fatto che non sia un banale libro sull’amore. 

Barthes  riesce a fugare ogni dubbio a partire dal titolo, io (lettrice) ovviamente devo abbassare il tiro e rifugiarmi in metafore.

Sgombrate la mente e immaginate di essere dal fruttivendolo. Comprate una lattuga. Non una di quelle perfette, asettiche, simmetricissime e pulitissime che si trovano facilmente sui banchi del supermercato, ma una di quelle che vengono direttamente dalla campagna. Sporca di terra, irregolare, coi bordi arricciati in maniera diseguale, e con probabili lumachine a dimora tra le foglie più tenere. Tornate a casa con il vostro ciuffo verde-speranza in braccio, e in vista del pranzo procedete ad un attento lavaggio del vostro piccolo tesoro. È probabile che priviate il cespo delle prime foglie, più brutte e più dure, ma dopo incomincerete a “svestirlo” e a lavare le foglie ad una ad una. Pur  mettendole sotto l’acqua corrente, vi accorgerete che per mondarle dalla terra e dai micro moscerini, dovrete armarvi di santa pazienza e seguire il percorso delle venature col dito accompagnando l’acqua negli angoli più nascosti, nelle insenature a ridosso del bordo, allargare le onde più strette, sentire al tatto le increspature più sottili per capire se sono naturali o trattengono ancora qualche briciola di terra. Arrivati alla rosetta centrale, l’aprirete dolcemente ma con fermezza per scovare rimasugli di sporcizia e sfrattare inquilini abusivi. Solo dopo averla guardata per l’ennesima volta, magari persino in controluce, potrete dire che la lattuga non ha più segreti per voi, e decidere su quale secondo immolarla a mo’ di contorno.

Se con un agile balzo della mente (qua vi voglio disinvolti) trasformate la lattuga nell’enunciazione amorosa di un soggetto innamorato qualunque, ecco il lavoro che fa Barthes: tolte le foglie grossolane dei luoghi comuni, sfrondata dagli schemi più prevedibili, passa a una disamina attenta, analitica e impietosa di qualsiasi declinazione possa prendere il discorso amoroso. Dribbla qualsiasi ostacolo dettato dai meccanismi contorti di chiunque sia preso dal vortice della passione, sbugiarda qualsiasi sillogismo, e svela che non c’è nulla di contorto, perché tutto si ripete in modo uguale per tutti, anche se “il soggetto amoroso” è fermamente convinto dell’unicità delle proprie sensazioni.   

Se Werther avesse avuto modo di leggere il libro di Barthes, di sicuro non sarebbe finito nel modo che sappiamo, ma piuttosto avrebbe scritto pamphlet umoristici  burlandosi delle proprie tragedie sentimentali, una sorta di Woody Allen ante litteram. E si sarebbe consolato del fatto di essere l’unica vittima di cotanto mal d’amore, insieme al resto del genere umano.

Ma del resto, il bello è proprio questo: assumere l’aria del veterano ogni volta che guardiamo gli altri innamorarsi, e poi cadere a nostra volta innamorati e credere di essere soli nella caduta.

C’è un passo di un libro, Nel tempo di mezzo di Fois, che avrebbe potuto agevolmente collocarsi a epigrafe del libro di Barthes:  

Vincenzo cerca le parole. E le parole sono che si tratta di una creatura talmente bella da togliere il respiro, perfetta in tutto, nel sorriso, nei gesti. Michele Angelo lo ascolta senza interrompere, c’è qualcosa di meraviglioso nel cognito che riprende forma; e una tenerezza immensa nella voce di quell’uomo, ragazzo, che ripete esattamente  quello che tutti prima di lui hanno detto a proposito della donna di cui si stanno innamorando. Come se il proprio specifico sentimento fosse completamente sconosciuto all’intera umanità. Ma Vincenzo pare non rendersi conto di quanto normale possa essere ciò che racconta come straordinario. Se avesse visto la nonna Mercede in chiesa quando sollevò lo sguardo per osservare quel ragazzone che era suo nonno Michele Angelo, mentre sistemava il turibolo grande a tre metri dal suolo, avrebbe potuto capire fino a che punto l’ostinazione, la coazione a ripetere dentro la quale siamo imprigionati, conti. E fino a che punto conti quella meravigliosa cecità che ci fa sparire ogni alternativa possibile.

Invece nell’epigrafe troviamo questo, e  forse è ancora meglio.

“È dunque
Un innamorato
Che parla
E che dice:” 

In..victa mia, un solo zaino

Quest'anno, mi è capitato di prendere spesso dei pullman verso le 8 del mattino. Così ho potuto osservare ad intervalli temporali costanti, il flusso degli studenti pendolari delle superiori. A parte l'omogeneità e l'effetto stampo su cui posso obiettare ben poco, dato che ai miei tempi l'allineamento era ugualmente evidente (lo sanno i miei genitori, che quando capitava venissero a prendermi a scuola, facevano fatica a riconoscermi, specialmente da dietro, perché avevamo tutti lo stesso giubbotto jeans e le stesse patacche ciondolanti attaccate allo zaino), mi chiedo: che fine hanno fatto, APPUNTO, gli zaini? Quelle sporte irrinunciabili per chi voleva perfezionare la scoliosi e doveva portarsi dietro 10 kg di libri, più il vocabolario di latino o greco, e che spesso divideva le masse in due scuole di pensiero: i Sevenisti e gli Invictiani. Quale oscuro mistero nascondono quelle micro borsette, rigorosamente firmate, che ho visto a corredo - nonché abbinate al colore dei capelli - di tutte le adolescenti di adesso? Cosa portano a lezione? Hanno un microchip dentro le ballerine, che gli permette di mandare impulsi al libro di storia a casa? Cosa c'è realmente dentro quelle pochette alla moda? Lo smartphone? O il vuoto esistenziale e culturale? Nescio, sed fieri et keep calm, I'm old.


Tranquillizzami di tante e poi tante cose




Nel Maggio del 1898, Livia parte per le terme di Salsomaggiore a curarsi. È quella bella epoque, in cui i borghesi non parlano di ferie ma di terme, e le donne mettono nei bauli i loro migliori abiti e gingilli, certe di poterli sfoggiare la sera su qualche terrazza all’aperto. Il marito di Livia, Ettore (alias Italo Svevo) ha un solo mezzo per restare in contatto con lei: scriverle. 

Anche senza necessità di una data che collochi temporalmente il carteggio, stiamo evidentemente parlando di un’epoca in cui il ritmo incalzante dei nostri pensieri, non aveva possibilità di revisione attraverso la tastiera di un computer. Si scriveva per comunicare il raptus del momento, che non doveva essere per forza omicida. Capitava talvolta che fogli e fogli venissero bruciati nel camino prima di essere spediti, e che si depennassero intere frasi di cui si era certi, ci si sarebbe prima o poi pentiti. Ma il più delle volte, si chiamava il domestico e gli si riponeva nelle mani il frutto dell’impeto scribacchino, affinché lo recapitasse il più presto possibile. 

Ne La farisea di Mauriac, il Signor Puybaraud, a caratteri ben vergati scriveva sul rovescio di una lettera d’amore: Vai, povera letterina, e riconduci al mio cuore un barlume di speranza…

Invero, il bello della scrittura stava in questo: si scriveva seguendo il filo dei propri ragionamenti, dei propri desideri infantili e passionali, si scriveva seguendo il crescendo delle proprie paure e delle proprie giustificazioni. Si scriveva per comunicare un messaggio, la cui affidabilità era molto più reale di quella che tributiamo adesso a mail sempre più rare e di cui non sospettiamo le epurazioni. 

Nelle lettere a Livia, Ettore mostra tutta la potenza e i limiti della scrittura di getto. È geloso, recrimina attenzioni dalla moglie, la accusa, ci ripensa, si profonde in scuse comiche e goffe, salvo poi riaccusarla di non averlo capito, batte i piedi, fa la vittima, spedisce missive infuocate per poi spedirne altre in cui si fa più lucido, compatisce la moglie per il pessimo partito scelto e scivola nella tenerezza. 


[Quanto necessaria mi sei] Italo Svevo /63


Ettore non è uno scrittore controverso come molti suoi colleghi, Ettore è la sintesi dei personaggi dei suoi libri, ritorna sul suo proposito di non fumare con una ricorrenza pari a quella di Zeno Cosini, si angoscia parlando della morte come Alfonso Nitti, si prende gioco delle proprie debolezze allo stesso modo in cui smaschera sistematicamente le pose di Emilio Brentani. Così, se il lettore non apprende su Ettore-Italo niente di più, di ciò che non abbia già letto nei suoi libri, raggiunge la consapevolezza di poterne toccare i contorni, di poterlo confinare e delimitare nella sua precisa fisionomia di antieroe, costantemente umano anche quando si arrende e si accetta per quello che è. 

Come quando, nel tentativo di giustificare la sua gelosia, scrive a Livia: 

“Bisogna rassegnarsi, cara Livia; io resterò sempre eguale, e può anche avvenire che quando morrò, vedendoti guardare ansiosamente il mio medico, anziché pensare di dare l’ultimo fiato alle tue disposizioni, io ti dica: «Non civettare!»”