L'amore è come le foglie di lattuga



Una delle preoccupazioni maggiori di Barthes nello scrivere questo libro, è la stessa che ha il lettore nello spiegare cosa ha letto ed evitare qualsiasi fraintendimento sul fatto che non sia un banale libro sull’amore. 

Barthes  riesce a fugare ogni dubbio a partire dal titolo, io (lettrice) ovviamente devo abbassare il tiro e rifugiarmi in metafore.

Sgombrate la mente e immaginate di essere dal fruttivendolo. Comprate una lattuga. Non una di quelle perfette, asettiche, simmetricissime e pulitissime che si trovano facilmente sui banchi del supermercato, ma una di quelle che vengono direttamente dalla campagna. Sporca di terra, irregolare, coi bordi arricciati in maniera diseguale, e con probabili lumachine a dimora tra le foglie più tenere. Tornate a casa con il vostro ciuffo verde-speranza in braccio, e in vista del pranzo procedete ad un attento lavaggio del vostro piccolo tesoro. È probabile che priviate il cespo delle prime foglie, più brutte e più dure, ma dopo incomincerete a “svestirlo” e a lavare le foglie ad una ad una. Pur  mettendole sotto l’acqua corrente, vi accorgerete che per mondarle dalla terra e dai micro moscerini, dovrete armarvi di santa pazienza e seguire il percorso delle venature col dito accompagnando l’acqua negli angoli più nascosti, nelle insenature a ridosso del bordo, allargare le onde più strette, sentire al tatto le increspature più sottili per capire se sono naturali o trattengono ancora qualche briciola di terra. Arrivati alla rosetta centrale, l’aprirete dolcemente ma con fermezza per scovare rimasugli di sporcizia e sfrattare inquilini abusivi. Solo dopo averla guardata per l’ennesima volta, magari persino in controluce, potrete dire che la lattuga non ha più segreti per voi, e decidere su quale secondo immolarla a mo’ di contorno.

Se con un agile balzo della mente (qua vi voglio disinvolti) trasformate la lattuga nell’enunciazione amorosa di un soggetto innamorato qualunque, ecco il lavoro che fa Barthes: tolte le foglie grossolane dei luoghi comuni, sfrondata dagli schemi più prevedibili, passa a una disamina attenta, analitica e impietosa di qualsiasi declinazione possa prendere il discorso amoroso. Dribbla qualsiasi ostacolo dettato dai meccanismi contorti di chiunque sia preso dal vortice della passione, sbugiarda qualsiasi sillogismo, e svela che non c’è nulla di contorto, perché tutto si ripete in modo uguale per tutti, anche se “il soggetto amoroso” è fermamente convinto dell’unicità delle proprie sensazioni.   

Se Werther avesse avuto modo di leggere il libro di Barthes, di sicuro non sarebbe finito nel modo che sappiamo, ma piuttosto avrebbe scritto pamphlet umoristici  burlandosi delle proprie tragedie sentimentali, una sorta di Woody Allen ante litteram. E si sarebbe consolato del fatto di essere l’unica vittima di cotanto mal d’amore, insieme al resto del genere umano.

Ma del resto, il bello è proprio questo: assumere l’aria del veterano ogni volta che guardiamo gli altri innamorarsi, e poi cadere a nostra volta innamorati e credere di essere soli nella caduta.

C’è un passo di un libro, Nel tempo di mezzo di Fois, che avrebbe potuto agevolmente collocarsi a epigrafe del libro di Barthes:  

Vincenzo cerca le parole. E le parole sono che si tratta di una creatura talmente bella da togliere il respiro, perfetta in tutto, nel sorriso, nei gesti. Michele Angelo lo ascolta senza interrompere, c’è qualcosa di meraviglioso nel cognito che riprende forma; e una tenerezza immensa nella voce di quell’uomo, ragazzo, che ripete esattamente  quello che tutti prima di lui hanno detto a proposito della donna di cui si stanno innamorando. Come se il proprio specifico sentimento fosse completamente sconosciuto all’intera umanità. Ma Vincenzo pare non rendersi conto di quanto normale possa essere ciò che racconta come straordinario. Se avesse visto la nonna Mercede in chiesa quando sollevò lo sguardo per osservare quel ragazzone che era suo nonno Michele Angelo, mentre sistemava il turibolo grande a tre metri dal suolo, avrebbe potuto capire fino a che punto l’ostinazione, la coazione a ripetere dentro la quale siamo imprigionati, conti. E fino a che punto conti quella meravigliosa cecità che ci fa sparire ogni alternativa possibile.

Invece nell’epigrafe troviamo questo, e  forse è ancora meglio.

“È dunque
Un innamorato
Che parla
E che dice:” 

Nessun commento:

Posta un commento