È più forte di me

[La schiuma dei giorni], Boris Vian


Epidermicamente parlando, un libro dove l'autore dedica a se stesso ciò che scrive, mi darebbe un po' noia. L'autoreferenzialità è già fastidiosa di per sé. Figuriamoci se si tratta dell'esergo di un libro. Ma quella virgola, e quel "ciccino mio", quell'epiteto vezzoso che stempera in modo così soffice la vanità supposta, boh, io non riesco proprio a resistergli. Mi piace tantissimo.

È più forte di me, giuro.


Tranquilli, è solo una figura retorica




Tra le tante cose insensate che convivono nella mia persona, ce n’è una di cui ho preso coscienza da molto. A fronte di una disordinata vita emotiva e sociale, la verità è che come archivista  avrei un futuro. Un ottimo futuro. L’irragionevole attitudine a conservare e “storiografare” odori, sapori, bucce di caramelle, scontrini, amori infeltriti, frasi, parole, sguardi sospesi, trova un naturale sbocco anche nel campo della letteratura. In questo caso c’è da benedire la tecnologia. Sebbene il mio rapporto di fidelizzazione con la penna rimanga  immutato, scrivere con la tastiera citazioni di libri lunghe due pagine è di gran sollievo, soprattutto per il callo dello scrivente che affligge il mio dito medio.

Il rovescio della medaglia di tale abitudine, un po’ fetish lo so, è che necessita di parole chiave, accessi personalizzati che mi facciano ritrovare le cose in tempi minimi. E non è semplice. Darei il mio regno per un tag universale che mi faccia accedere alle cose che leggo e salvo a un mio schiocco di dita. Con Murakami è un gioco da ragazzi. Quasi tutte le frasi che salvo dei suoi libri, a parte un’etichetta contenutistica che me ne indichi l’oggetto, hanno un’ unica targhetta di classificazione: “metafora”.

È una parola che vale un po’ per tutti i sui libri, ma in special modo per questo. Il terzo della trilogia, la foce naturale del plot Aomame-Tenghiano. Foce perché tutto si risolve, naturale perché è dannatamente lungo come il corso di un fiume. E qua bisogna rispolverare lo sguardo del fotografo. Non il fotografo dilettante, quello panoramistico che si lascia attrarre dalla foce, dallo iodio, dal colpo d’occhio luminoso sull’amore ritrovato, ma il fotografo di nicchia, quello spacca maroni che si concentra sulle gocce di rugiada mentre chi lo accompagna ha tempo di andare a comprare le sigarette (e non tornare), quello che si perde dietro le angolature, i dettagli, quello che fotografa le anse del fiume e si rammarica di non avere un grandangolare satellitare che gli permetta di “catturare” il percorso tortuoso del  corso d’acqua.

Perché fare il fiume è una faticaccia. Provateci un po’ voi a trascinare grovigli di tronchi fino al mare, quando ti si incastrano a ogni pie’ sospinto.  Provate a godervi il paesaggio quando venite trascinati dalla corrente. Ci si arriva al mare, per carità, ma bisogna vedere come. Se ancora con la dignità di fiume, o con la frustrazione del ruscello. Murakami tratta la sua storia allo stesso modo. E il fotografo di nicchia lo sa. Perciò non gli interessa che gli introversi e solitari protagonisti della storia arrivino a ricongiungersi alla fine del loro percorso, ma gli interessa come hanno fatto ad arrivare lì. Quante e di che portata fossero le soste che li hanno obbligati a rallentare,  fotografare l’attimo in cui la tenacia li ha spinti a buttarsi nelle rapide. Il traguardo è relativo e l’happy end sfuma dietro il sipario, per far posto all’unica qualità che fa dell’autore un maratoneta, e che per proprietà transitiva si ritrova prima o poi in tutti i suoi libri. La costanza.  

Ecco dove sta la metafora. Nel saldo convincimento dei propri propositi, nella fede assoluta dei propri obiettivi. Obiettivi talmente sudati che vi si appiccicano persino le palpebre, e per un attimo vi pare quasi che reale e irreale si fondano assieme. Ma alla fine, siete ancora convinti che la storia tra Aomame e Tengo sia solo ed esclusivamente una storia d’amore?

12 minuti d'amore

Abbandono per un attimo il velato livore dell'ultimo post, per dire una cosa.
L'avete visto l'ultimo filmato della Disney? No panic, è questo qui.

Bello eh, per carità. Romantico come solo il bianco e nero può essere, delicato come solo un deltaplano di carta può diventare. 

Però, mi dispiace, deve tantissimo a Patrick Huges. Che nel 2009 ha vinto il Leone d'Oro con un corto, che per me rimarrà sempre l'emblema dell'aMMMore, di sicuro il mio preferito in assoluto. In meno di un quarto d'ora muori di solitudine per poi risorgere dalle ceneri di una vita grigia, con una forma di comunicazione antica, salvifica, genuina e antisocialnetuorc. Una pacchia dei sensi. Uno sbrodolamento senza eguali.  Da vedere e rivedere all'infinito. 



San Lavandino & co.



Preservare la storia e tramandarla è importante. Per S. Valentino, recupera anche tu le tradizioni storiche. Adotta una mitragliatrice e fai una bella strage di massa.



- Campagna per il movimento “Non fare a un peluche ciò che non vorresti fosse fatto a te”

Assai breve historia (breve si fa per dire, historia per dirissimo) del ritorno di un'antieroina.

Sarà almeno il settantordicesimo giorno che mi ripropongo di togliere le ragnatele al mio bloggarello. In generale  di dare una rinfrescata ai miei spazietti internettiani. Ci siamo, oggi è il giorno giusto. È da stamattina che lo penso, e adesso sono qui, seduta finalmente nel fieri dell'azione. 


Il mio ritardo nello scrivere, ha una motivazione. È che da un paio di mesi a questa parte sono stata impegnata con la digestione. Digestione da bovino però. Digestione di cose, istanti, promesse, sogni sbiaditi. Venti giorni per masticare, venti giorni per ruminare e altri venti per digerire. Ironia a parte, la foto qui sopra c'entra. C'entra perché vorrei che qualcuno lo spiegasse a me questo periodo, che me lo leggesse perlomeno, anche veloce e in modo confuso, va bene lo stesso, e invece gnente. Mi tocca arrangiarmi da sola.

Se è pur vero che la notte porta consiglio, è anche vero che il traffico cittadino ti dà quella spinta in più che lo scendiletto peloso non è capace di darti. Così stamattina, mentre ero spensieratamente bloccata tra un Ape e un pullman di liceali, ho guardato alla mia destra e ho visto che da Piazza Italia fanno gli sconti. E allora mi sono chiesta com'è che è potuto succedere che sia passata da Novembre in cui sognavo che ti avrei fatto fare il tour della mia città, e ti avrei raccontato di quando al posto di Piazza Italia c'era l'Upim che ci faceva un sacco comodo perché era vicino a casa e c'era tutto (che razza di sogni romantici direte voi, ma quando uno sogna la quotidianità non è forse più innamorato di uno che sogna solo tramonti caraibici con dita intrecciate e cocktail in mano?), e insomma dicevo, com'è che sono passata da quei momenti, ad adesso che guardo le vetrine del megastore con i commessi più antipatici del mondo, e non penso a niente?

Giuro. Me lo sono chiesta proprio in quel momento, mentre fissavo apaticamente due sedicenni entrare giulive tenendosi per mano, e il lavavetri approfittava della mia distrazione per detergere il mio vetro opaco, oh sì lavavetri, lavami via anche la tristezza delle domande irrisolte e dei naufragi interiori.

Allora ho cercato di raccontarmi tutto dall'inizio, ma al semaforo successivo, mentre cercavo di infilarmi nella corsia giusta, mi è venuto in mente Amour, il film di Haneke. L'avete visto? Guardatelo, è l'emblema dell'antidiaspora degli affetti. 




Dunque, c'è una scena bellissima. Interno giorno: il protagonista, raccontando a sua figlia l'inevitabile declino fisico della moglie, conclude dicendo "Niente di tutto questo merita di essere messo in mostra". E, a prescindere dalla storia e dal film, ho pensato che è tutta una questione di intimità. Quell'intimità di coppia, che solo in due si può conoscere, qualunque essa sia. E cosa c'è di più intimo dell'amore tra due persone? 

Come si fa a mettere sul tavolo le motivazioni che hanno portato alla fine di una storia? Qual è il confine tra la dignità di non volervele spiegare perché troppo intime, e l'impossibilità di spiegarle persino a se stessi? Fin dove si può parlare di pudore, e dov'è che invece diventa incapacità di spiegarsi una deriva così profonda e veloce? Qual è stato il punto di non ritorno che mi ha portato masochisticamente a dire per prima Basta, è finita?

E quindi, gli scorsi giorni, navigando in internet mi ero lasciata affascinare da quest'artista (no, non sto cercando di cambiare argomento, abbiate pazienza). 






Il resto lo potete vedere qui

Si chiama Menno Aden e non ha fatto niente di strabiliante, ha solo avuto la brillante idea di farci vedere cose che abbiamo visto tutti, in un modo al quale nessuno ha pensato. Dall'alto. Una sintesi tra il voyeurismo sempre più invasivo della società odierna, e il rigurgito di ribellione rispetto all'ordine ossessivo dei cataloghi di interni figo-fèscion.

Originale vero? Beh mica tanto in fondo. Qualcun altro ci era già arrivato prima.



Eccolo il giro di boa dunque. Davanti all'evidenza del mio essere la ex (stronza) di qualcuno, perché non saltare le premesse, le spiegazioni, i se, i ma, i dubbi, e guardare la "cosa" da un'altra prospettiva?

Perché l'angolazione, il punto d'approccio può fare miracoli. L'idea stessa può cambiare. Radicalmente.



Allo stesso modo in cui l'amore in strada differisce dalla Strada dell'Amore. 





Il problema è che anche guardandola così, prendendo il sogno per le ali, la mia capacità analitica si infogna. Immaginate che sia come guardare le macerie della propria casa seduti su quello che prima era un divano letto a forma di cuore. Si capisce cosa si è perso, ma non com'è successo. So solo che ho imparato qualcosa. I miei limiti. 

So qual è il limite oltre il quale mi posso dire stanca o esasperata. Mortalmente sfiancata dalla lontananza, dall'impossibilità di uscire allo scoperto, dall'impossibilità di vedersi, figuriamoci di fare progetti, esausta di dover constatare quale densità può raggiungere l'assenza di una persona nella vita quotidiana, pur abitandoti dentro. E so che quando raggiungo quel limite, tornare indietro è come avere scritto "calesse" sulla fronte e autoconvincersi che la spossatezza si chiami ancora amore. Io ci ho provato ad arginare la marmoreità dell'attesa. Ma non ci sono riuscita.  Quindi sì. Lo ammetto. Sono una fumatrice. Ho il fiato corto e una resistenza alla mancanza di poter realizzare i propri sogni a livello del mare. Non so se sia solo colpa mia, ma non voglio neanche cadere nella tentazione di mettere a bilancio i meriti e i demeriti dell'uno e dell'altro. Per una questione di rispetto e di tracimazione (esondare gli argini del "già detto" tra me e lui, non servirebbe a me, né sarebbe funzionale all'INutilità propedeutica di questo post).

Concludendo l'aberrante flusso dei miei pensieri, ieri ho sentito al telefono una persona cara, carissima. Preziosa. Soprattutto ora.
Parlando del più e del meno mi ha detto che dovrà venire in città per comprare un forno per fare il pane. Un forno prefabbricato. 

- Quindi lo prendi, lo porti a casa, e lo piazzi nella stanza -  faccio candidamente io. 
- Non è così semplice. Il forno te lo danno smontato - pazientemente mi spiega - poi tu lo porti a casa, lo scarichi e non puoi lasciarlo lì, devi assemblarlo subito, perché è comunque delicato, e se ti si rompe un pezzo poi ti tocca buttare tutto, e quindi lo devi montare appena lo scarichi, e piazzarlo. 
- Ah ok, allora dopo che l'hai montato, c'entri la X sul pavimento ed è fatto. (ingenuità portami via)
- Macché, devi isolarlo attentamente con la lana di roccia, e dopo costruirgli la casetta intorno, ma ben benino eh, coi blocchetti di cemento, e poi riempire i buchi con la sabbia - ché lui è tondo -  in modo che non entri aria negli angoletti. Poi, dopo averlo guardato centoeuno mila volte, disfi tutto e rifai daccapo, per essere sicuro di aver fatto bene. 

E così, adesso so un'altra cosa. Che se ricasco un'altra volta in questa cosa perfetta nella sua squisita imperfezione, mi accerterò che una volta appurata la corrispondenza degli elementi (già questa un'impresa faraonica)  voglio che ci si metta di buona lena immediatamente, che ci si adoperi subito sull'assemblamento dei pezzi, e che questa "novella creatura" la si protegga prima di capire che forma avrà, e che le si costruisca subito un riparo di rispetto e di attenzione, di modo che non possano mai entrare spifferi a seccare le labbra e a segnare gli occhi di pianto, e che i blocchetti pesino chili e chili di premura e di cura. E che soprattutto ci si lavori in due. Contemporaneamente. Assiduamente. Da subito.

Ma anche questa è la scoperta dell'acqua calda in fondo. Bastava che a 11 anni ascoltassi più attentamente ciò che cantava la Oxa.  Ed è come un bambino la la laaa, la la laaa ]


                                                                  ********************

Nel 1999 andai al cinema a vedere un film. Si chiamava "Fine di una storia". Al cinema ci andai da sola. Pessima idea, perché uscii col cuoricino rattrappito e una gran voglia di coccole, ma ricordo perfettamente cosa recitava il trailer:

"Sembrava la fine di una storia e invece era l'inizio di un'altra."

Boh, ecco, speriamo in un "oltre" più che in un'altra. Valà, speriamo e basta.
                                                               

                                                                **********************
Messaggio cifrato per le malelingue che godono delle disgrazie altrui e che mi hanno premurosamente telefonato dopo anni di silenzio per sincerarsi del definitivo declino della mia vita amorosa: qualora vi capitasse di inciampare per sbaglio nel mio blog, volevo dirvi che a sorridere sono ancora capace. E che sto incomincio a stare nuovamente bene.