Travolti da un insolito bashert, nell'azzurro mare di Manseau



Essì che anche Zamenhof era ebreo. E infatti, un piccolo dubbio, una piccola spinuccia nel fianco deve averlo avvertito che una lingua priva di storia, anima e identità culturale, come l’esperanto, non avrebbe avuto un successo che fosse veramente universale. Altrimenti chi glielo faceva fare a ufficializzare l’yiddish per i suoi connazionali, a creare parallelamente un’alternativa per i suoi conterranei così attaccati alle proprie radici. Avrebbe potuto dire, Aò, mi sono fatto un mazzo tanto per inventarmi una lingua novella, ora vi mettete sul banchetto degli scolari e ve la imparate per benino, ché io son stanco e ho bisogno di pennicare.

Malpesh al contrario, protagonista estroso di questa storia e molto più furbo di Zamenhof, capisce perfettamente che l’unico ponte universale tra le lingue, è l’oceano, oppure all’occorrenza il Santo Traduttore. E così, come se ci dovessimo dividere tra due amici che ci raccontano la propria versione di uno stesso avvenimento, ci troviamo una sera a braccetto con il protagonista, e una sera a braccetto con il traduttore/volgarizzatore. Un capitolo a testa per dare voce a un’unica storia.

L’odissea di Malpesh attraverso  l’amore lungo una vita intera, per la sua lingua e la sua donna, acquisisce contorni sempre più colorati e rotondi via via che passa per la voce dell’interprete, e se il livello di soddisfazione del lettore avesse un’asticella più alta, c’è sempre la storia del minestrone sopra e sotto. Sotto, vuol dire che voi lettori, vi infilate il costume del secolo, ed entrate con tutt’e due i piedini nella storia, accorgendovi che è un vero pot-pourri letterario, un minestrone di eventi dickensiani, singeriani, dostoevskjiani , e la lista si allunga a seconda di quanto avete letto precedentemente e quanti riferimenti cogliete all’interno della storia. Sopra, vuol dire che una volta sfilato il vestitino del lettore immedesimato, date un’occhiata all’opera dall’alto, e qua le opinioni improvvisamente diventano variegate. Ho letto di gente a cui il romanzo di Manseau ricorda un po’ Richler, un po’ Chatwin, un po’ Roth e chi più ne vede tra le righe, più ne metta. A me ad esempio, ha ricordato il Maggiani del Coraggio del pettirosso, provvisto all’uopo di un pizzico di ironia alla Auslander, in cerca del porto sepolto e della sua Fatiha, irraggiungibile come la Sasha di Maplesh.  Vi dicevo appunto: minestrone sopra e sotto.


Poi, a ben guardare, oltre alle citazioni e ai rimandi extra Manseau, ci si vede anche un po’ di paraculaggine, come il finale accattivante e un po’ melenso, ma nonostante qualche sbavatura,  la cosa più evidente è che comunque, questo passato di verdure emotivo diventa più trainante della Promenade di Chagall in copertina. E il bashert-destino,  dalle molteplici chiavi di lettura, diventa improvvisamente una ballata, che ti culla attraverso le vicissitudini di una bizzarra esistenza e l’ironia tipica di chi ne ha viste tante. Inevitabilmente gradevole a questo punto, rimanere in sua balìa fino alla fine. 

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