La religiosa sonnolenza degli orti




A un certo punto del libro, circa a metà se non sbaglio c’è questa scena. Un signorotto locale, con una fisionomia da signorotto locale, occhi piccoli e adipe in eccesso, passeggia lungo un viottolo, e certo di essere solo, dà  sfogo alla flautulenza da cui è afflitto. Da una finestra che dà sulla stradina, dietro ante semichiuse, una donna, zitella nell’animo senza saperlo, lo spia con occhi innamorati.  È un amore segreto, di cui non si può dire neanche non sia corrisposto, perché ne è a conoscenza solo lei. E per questa donna, questa signorina raggrinzita dietro le sue fantasie da zitella, quei peti puzzolenti sono un gesto d’amore, convintissima che quelle folate liberatorie a cui lui si dedica ogni giorno, metodicamente, in quel punto della strada, siano un volerla rendere partecipe di una cosa intima, così come le coppie di lunga durata condividono anche le cose più imbarazzanti. Quale prova d’amore più grande di questa!

È una scena che apparentemente  fa molto ridere. Ma lascia un retrogusto di fiele che non ha niente a che vedere con l’aroma degli odori descritti. Dovreste leggerla per capire, ma in poche righe ci si riesce a immedesimare nell’atto liberatorio di lui, nel sollievo di essere solo, nel cieco amore di lei, nelle ingenue  speranze  del suo cuore illibato. Ci si diverte, ma si prova un tremendo imbarazzo che sfocia in una pìetas che una scena di  guerra condita da atroci sofferenze e brutalità, forse non riuscirebbe a produrre con altrettanta efficacia.

Questo per dire, che Todde è un maestro degli ossimori. Ti parla di limoni e nel frattempo scava nell’io più intimo dei protagonisti, ti racconta di morti pietrificati mentre ti prende per mano e ti fa sentire il gelo di un amore ossessivo, guarda una Cagliari ottocentesca, putrida di povertà e zanzare, e ti inizia alle bellezze della natura, ingaggia decine di protagonisti per una sola storia, tutti vogliosi di partecipare coralmente a una favola nera che sa di sassi e polvere, e con precisione ti svela la solitudine di ognuno. Descrive la vita di una fanciulla vinta dalla miseria e dagli uomini che le si sono coricati addosso, e ti mostra il suo candore più inaccessibile, parla di Napoli e con una precisione chirurgica ti scotenna la miseria che si nasconde dietro ogni città in via di sviluppo.  

Non è soltanto un giallo. È qualcosa di più, che rimanda alla religiosa sonnolenza degli orti di cui parla Guccini. È qualcosa che solo poche penne fortunate riescono a mischiare sapientemente  con l’indagine di un omicidio. Ed è qualcosa che lascia un retrogusto amaro ma aumenta la salivazione come succo di limoni. Giallo anch’esso,  ma più drammatico se bevuto all’ora del tè.  

1 commento:

  1. io non la trovo una scena ironica.
    ci vedo solo il fiele...
    errore mio sicuro, però strano, no?

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