Che se poi ti rimane l’odore dell’aglio sulle dita, non è detto poi, sia così sgradevole



È confortante sapere che esiste una nazione il cui popolo e la delicatezza si sono inventati a vicenda. Sì, mio giovane amico, sto parlando del Giappone. No, in effetti non ci sono mai stata, ma ho letto parecchie cose che provengono da questa landa sconosciuta. In effetti,  a volte basta leggere molto, per farsi un’idea su un’intera nazione.

E mi ero quasi convinta che in me, albergasse lo spirito di un camionista villoso col tatuaggio “I love Mom”. Quindi i casi sono due: o sto invecchiando e sto allentando le difese, oppure non sono poi tanto scaricatore di porto.  Normalmente  i libri lievi giapponesi, tendono a farmi l’effetto di uno sguardo dalla finestra quando mi alzo la mattina. Ah che bello, guarda quanto sole, e guarda gli uccellini come cinguettano, uh, un aereo che passa, ma guarda che scia, allora qualcuno mi pensa, mi scrive, mi ama, ok stop, è pronto il caffè, e poi devo uscire urgentemente a comprare i tasselli a vite autofilettanti per le mensole dell’antibagno.

Insomma, una soavità d’animo che dura un battito di ciglia, poi me ne dimentico bellamente.

Il professore invece no. Lui non riesco a scordarlo. Hai notato mio giovane amico, che nel giro di due frasi ho usato due parole quasi uguali? “Dimentico” e “Scordarlo”. No, mio giovane amico,  non è solo l’esigenza estetica di non fare troppe ripetizioni nell’arco di uno stesso periodo, è una differenza voluta.  L’Accademia della Crusca ci potrebbe scrivere sopra un papiro, ma io te la faccio facile. Quando qualcosa si allontana dalla mente è dimenticanza, quando si allontana col cuore è scordare. Lo so, sembro pedante, ma non è per sembrare un camionista che fa le serali, è che è proprio questa, la differenza che conferisce  bellezza a questo libro. Perché il professore, a causa di un incidente, ha una memoria che si resetta automaticamente dopo 80 minuti, e così capita che il libro non abbia quasi trama, perché le persone a lui più vicine, una badante e suo figlio ricominciano ogni giorno tutto daccapo. E allora succede che il professore sì, dimentica i loro nomi   e le loro facce ogni giorno, ma non scorda la sua passione per i numeri, quella per il baseball, né l’ondata di amore che lo invade quando le persone gli tendono la mano, o il cuore. Dimentica la fisicità degli elementi, ma non scorda tutto ciò che ha a che fare con lo spirito. E così, mio giovane amico, capita che ogni giorno passato col professore, a guardare i post it che si appiccica addosso, come promemoria per sopravvivere alla crosta superficiale della realtà, mangiare, dormire, scoprire dov’è il dentifricio, e così via, si rimane imbambolati davanti alla primavera giornaliera del suo entusiasmo; genuino come quello del bambino che fa una nuova scoperta ogni giorno. Giuro, mio giovane amico, che non accade niente di più di questo. Solo un perpetuo rinnovarsi dei sentimenti tra tre solitudini. Hai presente, mio giovane amico, l’aglio fresco? Con tutti quegli spicchi piccini, che promettono intensità di sapore ai tuoi piatti, ma ci vuole la pazienza di Giobbe per sbucciarli? Con quelle pellicine sottili sottili che devi fare attenzione a come le incidi, altrimenti “ferisci” il palpitante spicchietto?  I protagonisti di questa storia sono così, tre spicchi d’aglio novello, che si sbucciano con pazienza e cura, consapevoli e rispettosi della loro fragilità. Ed  è un processo  così delicato  e di sintonia, che piano piano ti entra sottopelle e rimane ben oltre le pagine del libro.


Quindi ,mio giovane amico, adesso và, dimentica questa mia, ma non scordare di leggere la storia del professore senza nome, e forse non a caso anonimo, perché in fondo il nome è l’unico elemento di classificazione che non risulta indispensabile  né alla storia, né allo spirito.

L'inossidabilità di certe coppie di un certo tipo di Rame



Non è facile vivere in due, ma è importante superare gli scogli a livello politico, non isterico. Bisogna superare la dimensione individuale e parlare. Anche le cose più terribili si sdrammatizzano. Ci si può adattare, sacrificare. È una vita che Dario viene a letto tre ore dopo di me. Lo strozzerei (ride) ma è vagotonico come suo figlio. Non hanno il senso dell'ora. A notte fonda mangiano, cantano, accendono la televisione e dicono: "Come, non fanno niente?"




"Il Giorno" intervista a Franca Rame sul suo rapporto professionale col marito, Dario Fo. - Documenti anni '60

Sugli utilitarismi amorosi nascosti tra le pieghe delle lenzuola

Jean Echenoz


Perché i grandi letti, non dimentichiamolo, sono pur sempre fatti per ritrovarsi in due sotto le lenzuola, anch'esse d'altronde concepite per essere piegate in due. Sapete che scomodità per un uomo dover piegare da solo il proprio grande lenzuolo, intralciato da se stesso quanto dal tessuto, sapete che fatica per quelle braccia, costrette a divaricarsi a quel modo. Mentre in due, quando si piega il lenzuolo insieme parlando d'altro, tutto diventa molto più semplice - e inoltre c'è quella cosa, quell'intima strategia che consiste nel prevedere, da lontano, separati dal lenzuolo, da che parte l'altro lo girerà dopo averlo piegato, per assecondarne il movimento. 

[Al pianoforte] Jean Echenoz (Ed. Einaudi 2008) / 142


*Cosa sono le citazioni autosufficienti?

L'unico dramma è che non vorresti finisse mai



Ho passato anni ad ascoltare De Gregori. Ma sono altrettanti anni che non lo ascolto più. Eppure, non so come mai, gli ultimi due libri che ho letto mi hanno riportato alla mente alcune sue canzoni, e siccome non c’è due senza tre, ci ricasco nuovamente.

A mio avviso, l’idea canonica che abbiamo di una tragedia, è notevolmente influenzata dalla cinematografia. In ogni pellicola che tenga in minimo conto l’importanza della tensione narrativa, la serenità di una scena quotidiana è sempre seguita da un’improvvisa catastrofe. A un picnic familiare con plaid a quadretti e marito con golf giallo girasole, seguirà sempre il rapimento di un figlio, a una coppia che in macchina canta a squarciagola Let the sunshine in, seguirà sempre un incidente mortale, dietro una porta a vetri in stile liberty prima o poi si materializzerà un’ombra inquietante,  e così via. Anche concedendo il beneficio di varianti scenografiche il meccanismo rimane invariato. Serenità/ atmosfera distesa/ trullallero trullallà/ rilassamento partecipe dello spettat… Zac! Il dramma.

Hardy non avrebbe apprezzato. In fondo chi ben comincia è già a metà dell’opera, perciò se tragedia ha da farsi, che si faccia fin dall’inizio. Tess è l’incarnazione perfetta del dramma più puro. Ci si affaccia sulla sua giovane vita sotto un cielo di fatica e indigenza. E da lì è un crescendo di colpe che pesano come macigni, di illusioni infrante, di miseria dell’animo. Il contesto rurale, il lavoro dei campi, i dettagli della povertà rimandano ai quadri di Bruegel il Vecchio, quindi qualche secolo prima che Tess fosse pensata da un Dio triste, o se vogliamo qualcosa di più nitido nella crudezza, ai Colori della passione di Majewski, dove Hardy si pone nella stessa prospettiva non tanto del pittore ma del mulino che poggia sulla roccia, dal quale il mugnaio “si limita a stare lì, e guarda dall’alto senza intervenire, egli è il mugnaio del cielo che macina il pane della vita e del destino”.




È una Salita al Calvario interamente femminile, dove i maschi fungono solo da centrifuga, un vortice capace di risucchiare Tess in un sudario di stoicismo, che anziché renderla vittima sacrificale le imprime l’ultimo palpito di un cuore aristocratico, a cui lei stessa non aveva mai dato peso.  E siccome non si sa mai, potrebbe sempre accadere che il lettore, così coinvolto dalla storia si dimentichi di guardare dall’esterno,



dallo stesso punto di vista del Bruegel seduto su un sasso a dipingere, puta caso il lettore si distraesse dall’oggettività del dramma, ecco che Hardy lo rimette subito in riga, aggiungendo al  destino beffardo le imposizioni della gerarchia sociale. E a questo punto l’affresco diventa sublime, la potenza della catastrofe  cede il posto alla gradazione dei toni, sfumature che Hardy ama trasporre sui cieli e sulle stagioni. Se saltate a caso, di pagina in pagina, di sventura in sventura, fate caso al tempo: vedrete che nelle sere di giugno  l’atmosfera aveva un tale delicato equilibrio ed era tanto contagiosa che gli oggetti inanimati sembravano dotati di due o tre sensi, se non di cinque. Non c’era distinzione tra il vicino e il lontano, e l’ascoltatore si sentiva prossimo ad ogni cosa racchiusa dall’orizzonte; che nella caliginosa aurora d’agosto, i vapori notturni più densi, assaliti dai raggi caldi, si dividevano e contraevano in fiocchi isolati nelle cavità e nelle boscaglie dove attendono il momento di scomparire asciugando; che settembre sta arrivando allorquando le luci gialle contendono con le ombre azzurre tracciando striature come di capelli e l’atmosfera stessa dà forma al paesaggio senza l’aiuto di oggetti più saldi, all’infuori degli innumerevoli insetti alati che vi danzano in mezzo e che in autunno il triste ottobre e la persona di lei ancor più triste sembravano le uniche due esistenze che infestassero quella strada



Al netto di questa atmosfera, ci troveremo davanti a un romanzo naturalista crudo, realista, e sgradevole come l’arancia dopo il dentifricio. 





In capo a due capitoli ci troveremmo con la toga del giudice a fare i moralisti e i predicozzi sull’autostima e i centri di recupero per donne violate e perdenti. Invece, per fortuna non abbiamo una Germinie Lacerteux ma una Tess, immersa in una vita infelice, ma troppo occupata a mantenere l’apnea per poterle dare un senso. Senza giudicarla, respiriamo noi per lei, ma non ne avremmo la capacità se Hardy non si fosse premunito di rimboccarci addosso quello sheltering sky che tutto vede e  a cui, allo stesso tempo fornisce ricovero.


Ma tornando all’unico e vero motivo per cui i lettori delle dieci prime righe di questa mia, sono giunti fino alla fine, cosa ci azzecca De Gregori in tutto questo? C’entra, perché se per strada incontrate una ragazza  la cui faccia vi ricorda il crollo di una diga, e non scappate, ma anzi, le rivolgete il più bel sorriso da olocausto nucleare che avete in repertorio, allora questo è il libro che fa per voi. E Tess, ne sarebbe commossa.




La sregolatezza pura mi esalta


Oggi, mentre ero in libreria, mi hanno scambiato per la commessa. Ammetto di aver pregato intensamente affinché mi chiedessero "La profezia dei Celestini".


Se non riuscite a vederlo, guardatelo qui

Segni e ancora altri segni, tutti pieni d'amore.


[Dall'esergo di "Ballata per la figlia del macellaio", Peter Manseau]


"Una cosa ben detta conserva il suo sapore in tutte le lingue"
Così scriveva John Dryden,  in "Saggio sulla poesia drammatica", nel 1668.


Invero, nutro una profonda stima per chi fa il duro lavoro del traduttore. E non tanto in qualità di lettrice compulsiva, quanto in quella di refrattaria all'apprendimento di lingue che non siano l'italiano. Col mio inglese scolastico e col mio spagnolo "da bar-ristorante" (intendo proprio nel senso letterale, il bar ristorante in cui lavorai per anni quando feci l'università, ragione per cui, almeno il menù, lo imparai a menadito), spalanco gli occhi ogni volta che ho il vago sentore dell'immane lavoro ci sia dietro una traduzione, specie se buona. E posso solo immaginare la simbiosi letteraria che si crea tra il traduttore e lo scrittore, tanto da poterlo definire a volte "co-autore".

Così, quando mi capita di trovare in un libro, segni di gratitudine verso il traduttore, mi entusiasmo come se stessero elogiando degli affetti a me cari. Come qua sotto ad esempio. 

[Ballata per la figlia del macellaio, Peter Manseau, Ed. Fazi, 2009]

Se lo scrittore è colui che feconda il pensiero, e il traduttore colui che gli permette di "esporlo", il ruolo del quest'ultimo è molto simile a quello della grande donna che sta dietro il grande uomo. Ignorarne l'importanza sarebbe come dimenticare che una coppia di amanti è composta da due persone. Che nel loro piccolo rendono il mondo migliore.


Ciao raga

Mentre cercavo di resistere alla tentazione di aprire il frigo e farmi un sano e colesteroloso panino con la mortazza, ho pensato "Perché non farmi anche una pagina su Facebook?". Così adesso potete insultarmi agevolmente sia qui che lì. Si aprano le danze. 



Natura

[Dall'esergo di "Butcher's Crossing", John Williams, Ed.Fazi 2013]

Evoluzione della fuga




Il libro racconta che c’è questo tale, Cristopher McCandless che una volta laureatosi, prende zaino e voglia di vivere e si inoltra nella selvaggia natura in cerca di libertà e se del caso, di se stesso.

Ah no, scusate, quello è il protagonista di Into the wild ( o Terre estreme per i lettori più avanti di me, che superficialona, ho visto solo il film). Il parallelismo però c’è. Anche nel libro di Williams c’è un eroe solitario che tenta una via di fuga dall’ordinary world. Tutt’e due, ansiosi  di dare forma alla propria vita, scelgono di iniziare il loro percorso convivendo con ciò che c’è di più vitale: la natura. Unica differenza: il salto temporale di due secoli.

La drammaticità dell’avventura di Chris che si svolge negli anni novanta, quando l’uomo era già abituato ai comfort  di una vita votata al progresso tecnologico, e quindi l’impatto con un’esistenza selvaggia risulta notevolmente più crudele, non toglie nulla alle difficoltà affrontate da Andrews  nel viaggio che lo porterà all’epica battuta di caccia ai bisonti in un Far West di tardo Ottocento. Anzi, visti i tempi, c’è da rimanerne stupefatti proprio in considerazione del fatto che la durezza di vivere allora si vestiva di normalità, e le imprese che anche per i contemporanei risultavano eroiche, ai nostri occhi super civilizzati, ora appaiono monumentali.  Forse è solo per questa abitudine allo stoicismo, dettato dal rigido e spartano modus vivendi di allora, che la storia di Chris e di Andrews divergono nel finale. Ma la maturità interiore che raggiungono è la stessa. E va di pari passo con la presa di coscienza che se un Dio c’è, forse è nascosto nel territorio che ci ospita. Benevola e provvidente, Madre Natura ti offre il necessario a patto di rispettare le sue regole, ma diventa implacabile se non segui il suo ritmo. Il giro di boa sta nell’accettazione, che purtroppo non arriva mai serenamente, ma quasi sempre dopo aver fiaccato il fisico e lo spirito.

Inutile dire che c’è dell’altro in questo libro, e non si riduce allo stile con cui viene raccontata la storia, ma alla fotografia. No, non mi sto confondendo, parlo proprio di fotografia. La finezza dei dettagli, gli zoom tridimensionali che Williams riesce a creare sui gesti quotidiani di uomini rudi, che acquistano fascino proprio nella semplicità di certi sguardi obliqui e di certi silenzi, è quasi commovente. E a seconda dell’inquadratura possiamo anche noi registrare con la coda dell’occhio il pathos di un bufalo che scarta di lato e cade, e la luminosità del verde brillante della prateria, che dimostra in maniera lampante l’esistenza di Dio. I campi lunghi di John Ford, il sano egoismo venale di Sergio Leone, la luce crepuscolare negli occhi di Clint Eastwood, la violenza e le illusioni infrante di Peckinpah, la terra arida di Monte Hellman,  le geometrie essenziali dei paesi desolati di Boetticher, c’è tutto qua dentro.  Ed è poesia per gli occhi.

Naturalmente poi, come anticipa la fine del libro, è arrivata la ferrovia. È pur vero che la storia forma l’uomo, e l’uomo il romanzo, ma sta di fatto che quel mostro sferragliante ha simbolicamente modificato il nostro modo di evolverci nell’animo. Per trovare noi stessi o qualcosa, si è passati attraverso gli scansafatiche sbevazzoni della Beat Generation di On the Road, e si è arrivati all’ascetismo seducente di Cristopher McCandless. Adesso ci siamo noi: fragili come touch screen, allarghiamo le pupille quando vediamo una gallina viva, troppo deboli e tecnologici per rifiutarci di consegnare al passato un certo stile di vita. E così ci si rassegna a guardare dalla finestra del nostro loft super accessoriato e indicare il paesaggio circostante sospirando: “Sa signora, qui una volta era tutta campagna.. Ah, però Domenica, niente scuse eh, alle undici tutti in piazza, che andiamo in agriturismo.”

Color grigio vita




La leggenda vuole che la sottile linea rossa che divide il recensore (al di là dell’attendibilità dello stesso) dal lettore della recensione, sia l’interpretazione. Per il recensore, dilettante o professionista che sia, la paura di essere fraintesi  è sempre in agguato e il misunderstanding  è sempre lì che si fa bello, pronto a far capolino. Da cosa lo si capisce? Dai commenti alla recensione.

Se scrivi che un libro è impegnativo come una scalata sull’Everest ma vale la pena arrivare fino in fondo per  puntellare il soffice manto nevoso con la bandierina della cultura, ci sarà sempre qualcuno che commenterà, adesso non me la sento di leggere libri impegnativi, e poi io ho paura del vuoto e il film su Messner l’ho già visto. Se scrivi che un romanzo pare futile come lo  strato di una torta millefoglie ma ha la profondità innata dello strudel, ci sarà qualcuno che dirà, capisco, quindi è un libro da ombrellone solo che ammazzarmi la digestione con lo strudel.. boh, forse ci faccio un pensierino in autunno. Se ti sforzi di spiegare una trama avvincente, al solo scopo di decostruirla e dimostrare al lettore che ciò che conta alla fine non sono le peripezie del protagonista ma la lezione morale di fondo, ci sarà sempre quello che ti dirà, ho seguito il tuo consiglio e sono andato in libreria, ma non mi ricordavo il nome del libro e così ho preso un Dan Brown, che tanto dalla quarta di copertina pareva  avvincente come quello che dicevi tu. E si può andare avanti all’infinito.

Allora, per non incappare nell’uomo nero del fraintendimento, eviterei di  parlarvi della trama, e farei anche a meno di soffermarmi su come l’autore ci introduce dentro questo piccolo cammeo di mondo, ma piuttosto vi parlerei dell’inizio di tutto.

Prima ci fu l’universo, poi vennero le antitesi. L’armonia e il caos, l’acqua e il fuoco, l’uomo e la comunità, il bianco e il nero. Zolle tettoniche che tendono a prevalere una sull’altra, e non esiste quella che ha ragione e quella che ha torto, quella buona e quella cattiva, esiste solo la zona grigia (che in questo caso esula dalla letteratura criminologica) che si forma dall’intersecarsi dei due sistemi opposti. Una zona che l’autore conosce bene perché la usa con maestria per dimostrare come il contrario e il discordante, qui dentro non siano assoluti, e perdano invece il loro colore originario, e che nella zona grigia a volte ci si perde ma se si trova un compromesso si riesce anche a galleggiare. Così impariamo che gabbia non vuol dire per forza assenza di libertà, e che esistono Prometei che oliano le catene a cui sono costretti, perché in qualche modo costituiscono un rifugio. E che l’amore mercenario non è per forza incapacità di amare, e che la debolezza non è per forza mancanza di carattere, così come la sincerità non equivale sempre a giustizia, e i nomi  Felice e Libero non danno automatico diritto alla felicità e alla libertà.  E quindi, come vedete, con questa storia degli opposti sono ricascata nel circolo vizioso del fraintendimento, in quello che non volevo dirvi, nella leggerezza del romanzo che nasconde una profondità inaspettata, ma non lasciatevi ingannare da questa mia incapacità di spiegare, perché il punto è proprio l’equilibrio che si crea tra i contrari,  quello spazio in cui l’autore ha immerso le mani, quella zona grigia che per densità sembra  la più cupa, ma è l’unica terra nullius dove le possibilità si moltiplicano all’infinito, l’unica dove alla fine si può creare vita.  

Canzoniere della morte

Salvatore Toma si è suicidato nell'87. Ma prima ha fatto in tempo ad usare le parole creando filosofia travestita da poesia. Ha detto e scritto di morte, amore e natura. Abissi tematici che visti coi suoi occhi ti seducono come lenzuola di seta. Anche se sono nere.

Allora silenzio: parla Toma.









[Canzoniere della morte], Salvatore Toma (Ed. Einaudi 1999)

Metti che poi perdi le staffe




Ebbene signori miei, cosa sarebbe successo se Moses Herzog avesse avuto un blog?

Avrebbe sicuramente fatto parte della vecchia scuola, forse antesignano della piattaforma di Splinder. Lì avrebbe esercitato le sue migliori doti di grafomane, scrivendo post tutti i giorni e non di rado più volte al dì; avrebbe intavolato discussioni, inveito contro destinatari universali, sfogando le sue frustrazioni e  intervallando fiumi di parole irate a poetici sguardi disillusi sul passato. A volte avrebbe risposto ai commenti con veemenza e partecipazione, a volte avrebbe spiato in silenzio, tutto compreso nel suo vittimismo, o a seconda, nel suo orgoglio più fiero. Per via del suo vasto background culturale, avrebbe seminato proseliti senza difficoltà e l’opinione pubblica si sarebbe scissa in colpevolisti e innocentisti.

Poi, con l’avvento dei social network sarebbe passato di moda. Con fare dinoccolato avrebbe accettato che internet rispecchiasse la società qualunquista di oggi, ma con contegno si sarebbe fatto da parte. Non sarebbe stato uno di quelli che cancellano l’account. Avrebbe lasciato i suoi scritti lì, come testimoni romantici delle sue cadute e risalite.

Nondimeno il suo nome sarebbe rimasto legato a un certo tipo di antieroismo. Aspè che vi spiego.

Quando da piccola mio padre mi spronava dicendomi che la vita bisogna cavalcarla, altrimenti lei cavalca te, io coscienziosamente annuivo, ma intimamente giudicavo quest’approccio decisamente superficiale. La logica mi insegnava che prima di cavalcare, bisogna salirci a cavallo, e chi l’ha detto che io ne fossi capace? E se avessi messo il piede in fallo e mancato la staffa? E se una volta sulle staffe  le vertigini mi avessero inchiodato in una goffissima posa scomposta? E se dopo svariati tentativi avessi rinunciato a salire, chi lo dice che io non avessi  comunque voluto fortissimamente riuscirci? 

Questo è l’esatto istante in cui Herzog fa capolino, quell’attimo in bilico tra la metaforica comprensione del nodo gordiano della tua vita appeso alla sella di una cavalcata utopica, e la rinuncia frustrante a un futuro che da terra manco riesci a vedere, figuriamoci  prenderlo di petto. Herzog  è sempre  lì quando fai ritorno a casa e una volta chiusa la porta, fai il più bel discorso della tua vita, quello lucido e tagliente che ti capita di vedere solo nei film, in bocca a pochi attori eccellenti, o ad  oratori con esperienza pluridecennale. E mentre tu dai fondo alle tue migliori capacità teatrali davanti alla finestra che dà sul cavedio di casa, Herzog lo fa sul foglio. E scrive, scrive tutto quello che diresti anche tu, rimanendo fedele a se stesso mentre cerca di combattersi e annullare la parte marcia di sé.

Ma c’è un momento in cui si stacca dal modello in serie di “uomo come tanti” e diventa l’eroe degli antieroi.  Quando raggiunge il fondo di se stesso e non si scotta. E risale, solo una volta scoperto, che in fondo sta bene e si ama esattamente per com’è. Con le sue contraddizioni imbarazzanti e la sua pedante introspezione, che condividiamo perché è quella a cui vorremmo arrivare tutti se avessimo il coraggio di inoltrarci nelle pieghe più scomode del nostro io. Ed Herzog infatti, È scomodo oltre ogni ragionevole dubbio. È quell’amico che quando chiama, dobbiamo resistere alla tentazione di farci negare, ma alla fine cediamo e prestiamo orecchio ai suoi soliloqui, perché per quanto impegnativo è l’amico più vero che abbiamo.  E succede sempre, che a fine serata ci congediamo da lui con la muta speranza che almeno un po’, ci sia rimasta appiccicata addosso, una piccola parte della sua onestà.

La religiosa sonnolenza degli orti




A un certo punto del libro, circa a metà se non sbaglio c’è questa scena. Un signorotto locale, con una fisionomia da signorotto locale, occhi piccoli e adipe in eccesso, passeggia lungo un viottolo, e certo di essere solo, dà  sfogo alla flautulenza da cui è afflitto. Da una finestra che dà sulla stradina, dietro ante semichiuse, una donna, zitella nell’animo senza saperlo, lo spia con occhi innamorati.  È un amore segreto, di cui non si può dire neanche non sia corrisposto, perché ne è a conoscenza solo lei. E per questa donna, questa signorina raggrinzita dietro le sue fantasie da zitella, quei peti puzzolenti sono un gesto d’amore, convintissima che quelle folate liberatorie a cui lui si dedica ogni giorno, metodicamente, in quel punto della strada, siano un volerla rendere partecipe di una cosa intima, così come le coppie di lunga durata condividono anche le cose più imbarazzanti. Quale prova d’amore più grande di questa!

È una scena che apparentemente  fa molto ridere. Ma lascia un retrogusto di fiele che non ha niente a che vedere con l’aroma degli odori descritti. Dovreste leggerla per capire, ma in poche righe ci si riesce a immedesimare nell’atto liberatorio di lui, nel sollievo di essere solo, nel cieco amore di lei, nelle ingenue  speranze  del suo cuore illibato. Ci si diverte, ma si prova un tremendo imbarazzo che sfocia in una pìetas che una scena di  guerra condita da atroci sofferenze e brutalità, forse non riuscirebbe a produrre con altrettanta efficacia.

Questo per dire, che Todde è un maestro degli ossimori. Ti parla di limoni e nel frattempo scava nell’io più intimo dei protagonisti, ti racconta di morti pietrificati mentre ti prende per mano e ti fa sentire il gelo di un amore ossessivo, guarda una Cagliari ottocentesca, putrida di povertà e zanzare, e ti inizia alle bellezze della natura, ingaggia decine di protagonisti per una sola storia, tutti vogliosi di partecipare coralmente a una favola nera che sa di sassi e polvere, e con precisione ti svela la solitudine di ognuno. Descrive la vita di una fanciulla vinta dalla miseria e dagli uomini che le si sono coricati addosso, e ti mostra il suo candore più inaccessibile, parla di Napoli e con una precisione chirurgica ti scotenna la miseria che si nasconde dietro ogni città in via di sviluppo.  

Non è soltanto un giallo. È qualcosa di più, che rimanda alla religiosa sonnolenza degli orti di cui parla Guccini. È qualcosa che solo poche penne fortunate riescono a mischiare sapientemente  con l’indagine di un omicidio. Ed è qualcosa che lascia un retrogusto amaro ma aumenta la salivazione come succo di limoni. Giallo anch’esso,  ma più drammatico se bevuto all’ora del tè.  

Il cielo in una stanza




Vi ricordate la scena finale di Men in black? Quella dove tutto si conclude con dei bambini alieni che giocano a biglie, e con  un gigantesco allargarsi del campo visivo scopri che  la terra è come una capocchia di spillo, che i pianeti sono puntini luminescenti e la nostra galassia ha appunto le dimensioni di una biglia, proprio la biglia di quei bambini alieni, buttata in una cesta insieme ad altre decine. Mette un po’ i brividini a pensarci, al ruolo che abbiamo nell’universo dico, alla frase di Ustinov quando diceva che siamo un foruncolo nel deretano dell’umanità, sì ok, ma l’umanità cos’è a sua volta, forse una briciola di un kebab gigantesco, o un sassolino nelle scarpe di Dio, oppure appunto una biglia per bambini alieni, che ha il solo scopo di intrattenere (loro, mica noi).  Poi però, passato il momento serio della riflessione contemplativa e della cosmogonia, che di solito coincide con la seduta in bagno dopo il pranzo di Natale,  si fa spallucce e si sorride, perché anche se fosse così, fossimo anche la paletta per raccogliere gli escrementi di un cane alieno, la verità è che per  noi la terra è tutto il mondo, il nostro mondo, e checché se ne dica, è il nostro rifugio.  Ciò che ci importa di quel che accade al di là dei suoi confini, ci importa fino a un certo punto, l’importante è che lei continui a fare il suo sporco dovere di  grembo materno. 

Così è per tutti. Ma quando vai a osservare il dettaglio, pur rimanendo intatto il concetto, le proporzioni si adattano alle necessità e alla misura del singolo. Se per l’umanità la terra è casa, per l’uomo, anche quello che non deve chiedere mai,  casa è sinonimo di focolare, uno spazio tra quattro mura dove si raccolgono gli affetti più cari. Ma per il giovane, quello coi brufoli e tutta la vita davanti, ah quello sì che è un problema. 

L’adolescente che è già grande per capire quasi tutto, ma non ha nessuna esperienza di come si faccia quel tutto, ha quasi sempre problemi di convivenza con chi non sia della sua età. Genitori, parenti, affiliati familiari, sono importanti e necessari, ma per predisposizione naturale gli manca la capacità di comprendere il viavai di idee e sentimenti di un ragazzo. Quindi occorre qualcosa di proprio, di intimo, uno spazio  che non possa essere contaminato dall’assurda serietà quotidiana degli adulti: la stanza. La propria stanza. Quella che sta sempre con la porta chiusa anche quando all’interno,  l’attività più imbarazzante che si svolge è guardare il soffitto.  

E se poi per una grandissima botta di culo, capitasse mai  la fortuna di avere a disposizione una stanza a parte, fuori da casa, che so, un magazzino, una bicocca, una palafitta, qualsiasi cosa sia al riparo dai germi dei coscienziosi adulti, allora quella è la stanza per eccellenza. Questa è la stanza di Gipi. Un  luogo dove si  condensa un mondo intero. Un ricovero per le promesse e per le illusioni, una dimora per lo sconforto e le attese. C’è spazio per tutto, per cantare, per sfogare la rabbia e le delusioni, per essere cinici, per prendersi in giro. E c’è in sottofondo, un colore acquerelloso che dà sempre sul giallino, un giallino tipo sabbia, un giallino potenziale, che può diventare spiaggia e scherzo tra le onde, o cielo di fagiani e aeroplanini telecomandati.

O ancora giallino tramonto, quando sfuma verso il rosso, e ti prende quello struggimento da  nodo in gola senza sapere il perché, come quando la giovinezza si trasforma in responsabilità,  e non ne hai coscienza fino a quando non scopri che la stanza, baluardo delle tue speranze sta cedendo, e te ne serve una ancora più grande, e c’è una certa profusione di gioia e ottimismo, perché i desideri si fanno più grandi, ma ancora non sai che quando ti serve  più di una stanza, allora sì, che l’innocenza degli anni verdi è finita. Ma quel giallino lì, quello ti rimane sempre dentro.