Parlare d'amore non parlandone è un'impresa di per sé titanica, ma parlarne discorrendo di automobili è addirittura commovente.

Il tuo racconto sul transatlantico era bello. Dopotutto, io sono un salvadanaio per le tue parole. Tu mi hai raccontato che su una nave del genere si percepisce sempre la sua forza di trazione. Non il movimento in sé, ma proprio la trazione, l'andatura e la potenza dell'andatura. Per un automobilista questo è comprensibile. Tutte le automobili hanno una trazione diversa. Una buona auto fa pressio
ne sulla tua schiena in modo molto piacevole, come il palmo di una mano, e ti spinge. La maggiore attrattiva di una buona auto è la natura della sua trazione, la natura dell'incremento della forza. È una sensazione simile a quella di una voce che sale. La voce-trazione della Fiat sale in modo molto piacevole. Premi il pedale del gas e l'auto ti porta con entusiasmo. Ci sono delle auto che partono con forza, ma rigidamente, in particolare ne ricordo una così, una sessanta cavalli Mitchell. Sull'automobile tutte le sensazioni sono diverse: senti trazione e tranquillità, oppure trazione e malinconia. Ma tutto si basa sulla sensazione del movimento che preme su di te. Non ho mai visto un transatlantico. Ma mi piace e lo capisco. Deve essere molto bello danzare su un pavimento che si muove e, quando i pensieri restano un po' indietro rispetto al movimento(come fa il cuore su un ascensore che scende), baciarsi e pensare.
[Zoo o lettere non d'amore] Viktor Sklovskij


Nel frattempo la blogger vi abbraccia e vi saluta dal suo oliveto, ove da giorni si occupa della raccolta delle olive, delle conchiglie e dei sogni impigliati tra le fronde.





E non è fame..




Mettiamo un attimo da parte i coniglietti.

Dentro questo libro ci sono cose bellissime. Una di queste è la spiegazione del concetto di valore aggiunto.

A un certo punto vi verrà chiesto di immaginare una collina. Chiudete gli occhi e focalizzatela nella mente. Com’è la vostra collina? Soleggiata, alberata, cespugliosa? È una collina verde, oppure è come una coperta patchwork, pezzata dai campi arati? Comunque ve la immaginiate, posso scommettere quello che volete che la state vedendo con la luce accesa. Cioè: non state immaginando la collina al buio della notte giusto? Così come, se vi dico “lepre”, voi immaginerete un animaletto con una pelliccia morbida e poffolosa.  Eppure la collina rimane collina anche al buio, come la lepre rimane lepre anche senza pelliccia.

La nostra immaginazione non crea mai cose senza logica. Anche se fantastichiamo, il nostro cervello tiene sempre ben presente certe priorità. Come la lepre ha bisogno della pelliccia per proteggersi e poter campare, noi abbiamo bisogno della luce del sole per vivere. È una questione di necessarietà che diventa scontata, e perciò parte integrante dei nostri pensieri, reali o immaginari che siano.  Ma prendiamo la luna. Il chiaro di luna. Se dovessimo posizionarlo all’interno di un paesaggio creato ad hoc  nella nostra mente, è probabile che ci metteremo sotto due innamorati, magari su una panchina di un parco o in una spiaggia deserta; oppure un gruppo di ragazzini che con la torcia in mano si prepara ad esplorare una casa abbandonata. Niente di necessario quindi.

Perché? Perché il chiaro di luna è un qualcosa in più, una cornice che abbellisce o che trasforma il panorama dandogli un significato diverso, più tenebroso o romantico, più denso o più soffuso. Il chiaro di luna non è scontato come la luce del sole. È il valore aggiunto che rende le cose diverse a seconda del nostro stato d’animo. È quel plusvalore che ci regala un’altra prospettiva da conservare nella nostra memoria, perché ha reso singolare un particolare momento. È qualcosa che va oltre la necessità e diventa fregio e ornamento di un istante.

E questo spiega perché tutti dovreste leggere questo libro. Non certo per sapere il significato di epopea, o quello di  fuga per la libertà, o magari quello di odissea.  Se cercate queste cose, probabilmente le avete anche già lette; Moscardo, Quintilio, Parruccone, Mirtillo e Nicchio non avranno niente da aggiungere alle nozioni che già conoscete. Questo libro è per chi cerca il valore aggiunto, quel “in più” che Adams ha magistralmente donato a una storia di umanità e peripezie. Quella voglia di qualcosa di buono che attanaglia la signora in giallo dei Ferrero Rocher, e che non è fame.

Voglio infine concludere con un appello. Il film omonimo del lontano ’72, ha un grandissimo pregio: quello di aver mantenuto intatta l’atmosfera evocativa così essenziale nel libro. Le visioni di Quintilio trasmettono lo stesso terrore dell’ignoto che angosciava la colonia dei prodi coniglietti. Ma risente tantissimo della mancanza di tempo. Impossibile condensare tutto il libro in un’ora e mezza di film. Non oso pensare però, che capolavoro potrebbe uscirne  se la pellicola fosse in mano a un Miyazaki. Dati i temi a lui cari, l’ecologia, la natura, il rispetto dell’uomo, voglio fortemente credere che prima o poi ci farà un pensierino. Sono certa che anche Vulneraria approverebbe. 

Con Stoner, preparatevi ad andare in bianco




Mi è sempre parso che iniziare un libro, sia come salire su un treno. Ci si sale sopra, ci si sceglie un posticino vicino al finestrino e si guarda fuori.  All’inizio è pur vero che state fermi. Ma fermi  fermi. Allora guardate il cartello blu della stazione, i ritardatari che corrono, i fidanzati che si salutano, insomma vi abituate all’idea del viaggio. Poi il treno parte, ma non veloce, anzi, molto molto lento; è una cosa che quasi vi irrita, siete dentro quei fastidiosi momenti in cui cambiate continuamente posizione, quelli in cui studiate i vostri occasionali compagni di viaggio nel vagone, e riguardate fuori, ma riuscite ancora a vedere il cartello blu e i fidanzati che salutano con la mano la dolce metà viaggiante. Poi lentamente ci si avvia, sfila la periferia, o forse i campi; è ciò che aspettavate,  vi mettete più comodi , allungate le gambe, e controllate se ci sono chiamate sul cellulare. E quando meno ve lo aspettate, il treno prende velocità, e voi questa volta guardate al finestrino appoggiando la testa, oppure il naso. E il paesaggio, filtrato dal riflesso del vostro viso, dà ufficialmente inizio alla sfilata, fa bella mostra di sé in tutte le sue sfaccettature;  vi stupisce con pareti di roccia tutte minacciosamente uguali, e vi sorprende con inaspettate colline dolci, vi prende in giro con gallerie improvvise, e vi acceca con l’azzurro del mare. E voi vi ci perdete dentro. È iniziato il viaggio, e voi incominciate finalmente ad apprezzarlo. Coi libri è un po’ la stessa cosa. C’è quella fase di rodaggio in cui dovete ambientarvi e abituarvi ai personaggi, ai caratteri, ai visi, allo stile del paesaggio, e dopo vi ci trovate immersi  trasognati. È un processo lento ,ma necessario. Altrimenti vuol dire che il libro non fa per voi e che siete rimasti alla stazione per via di uno sciopero dei mezzi.

Ma con Stoner invece no.

Con Stoner è come essere in cima a una  montagna. E inciampare. E cadere. E scendere giù dalla montagna, veloci fin da subito. Solo che siete a piedi, e non potete gestire la vostra discesa non programmata. Vi trovate  a rotolare, e rotolando vi ingrossate. All’inizio siete piccole palle di neve che scivolano via. La candida assenza di sussulti che movimentano la vostra discesa, vi sconcerta. E vi dà modo di guardare il paesaggio, rassicurati dal minimalismo lineare di una storia che sembra banale. Eppure non vi accorgete neanche di quante cose vi rimangono appiccicate addosso mentre scendete giù. Interi pezzi di vita di Stoner vi aderiscono sul corpo e vi riempiono, e voi diventati sempre più grossi e più densi. E le sue giornate vi scorrono sotto le mani, mani che non hanno più voglia di  resistere alla discesa, ma accarezzano il manto nevoso della storia, quasi a consolarla. E le sue decisioni si impigliano sulle vostre sopracciglia e vi pesano all’altezza dello sguardo. E le sue solitudini, i suoi successi e insuccessi,  vi si infilano nelle tasche.  E non si sa come, e non si  sa quando, a un certo punto, la discesa è già finita.  E voi non vi siete schiantati contro il tronco di un albero.  Vi siete mollemente fermati sul terreno solido della parola fine. Solo che ora, siete gonfi di sensazioni impacciate, contrastanti, e pesanti,  irrinunciabili,  incantevoli, e strazianti.

E a quel punto non è che vi resti molto da fare. Una volta presa coscienza che Stoner vi si è adagiato e depositato dentro, o risalite in cima e ricominciate la discesa, oppure vi sciogliete in pianto come neve al sole.

E in ogni caso, mai sarà così doloroso, tornare nuovamente a bassa quota,  in un mondo dove Stoner non c’è.