Ho visto un uomo che correva il 31 Dicembre sera.





L’ho visto mentre portavo fuori il cane, alle nove di sera.

Volevo quasi fermarlo e dargli la mano.

Magari avrei potuto dirgli: “Ma lo sa che anch’io non ho di meglio da fare stasera? Vuole aspettarmi cinque minuti che metto le scarpette e la seguo?”, oppure “Ma ce la farà poi a tornare, farsi la doccia, mangiare qualcosa e uscire per mezzanotte?”, oppure ancora,  fargli solo i miei complimenti per non essersi adagiato sul panettone.

Di sicuro, qualunque serata lo stesse aspettando, che dopo la corsa stesse a casa coi genitori anziani, o che scappasse a mezzanotte meno cinque per brindare con gli amici, questo non mi ha evitato di riflettere sul fatto che va bene fare bilanci, ma basta con le lamentele. Prendiamo solo atto di quello che è stato.

Che alla fine qualcuno nelle nostre stesse condizioni, se non pure peggio, c’è sempre.

Lo so, che attratti dal titolo del post alternativo, avrete pensato: “Finalmente un post di fine anno che non parli di bilanci!” E invece no. Anche questo è un normale post di resoconti annuali.

Quest’anno per me è stato un anno all’insegna dell’insoddisfazione.

Nessun dispiacere in particolare, ma rispetto al 2010 non mi sono mossa di un centimetro.

E invece io volevo scattare in avanti, smuovere le acque, diventare qualcosa o qualcuno che mi permettesse di guardarmi allo specchio, di alzare il bavero del mio giubbottino, e dirmi : Hey Baby!

Così a quanto pare non è stato.

Le acque le ho appena rimestate, e  i passi avanti sono stati impercettibili. Forse non sono stati manco in avanti, forse mi son mossa solo di lato. E devo anche aver sbattuto da qualche parte, perché ho qualche livido blu.

Invece quest’anno che viene, auspico che sia almeno decisivo.

Non pretendo sia memorabile o grandioso, ma vorrei che mi ponesse nelle condizioni di fare scelte importanti.

E per farle devo andare in qualche direzione. O in un senso o in un altro.

Mi basterebbe questo.

Certo: qualcosa di buono è accaduto anche nel 2011.

E qua, si parte finalmente col bilancio in positivo.

- Son riuscita a tenermi la mia dolce metà, che è un grandissimo passo, considerando la situazione difficile e il suo caratteraccio. Nei suoi confronti ho due unici rimpianti. Uno a cui non posso porre rimedio: non averlo conosciuto prima, quando sarebbe stato tutto più facile. L’altro è quello di non essere riuscita ancora a dimostrargli cosa sono e quanto valgo. E non me la sto tirando, è solo che lui mi conosce a metà, e io invece vorrei che mi amasse anche per l’altra parte di me, quella che ancora non è venuta fuori,  che forse è anche migliore. E per questo, c’è ancora possibilità di riparare.

- Ho letto 100 libri a partire da fine Marzo, e nella lista desideri ci sono altri 800 titoli che vorrei avere tra le mani.

Non ho capacità da veggente, ma dato che la mia lista si allunga ogni giorno di più, credo non mi basterà una vita per leggere tutto ciò che vorrei.  Però tra ciò che ho letto quest’anno , ho scoperto delle piccole grandi perle, che valgono da sole la voglia di continuare a leggere.

- Ho eliminato qualche amicizia di troppo.  Non in occasione di eventi spiacevoli, ma da quando ho incominciato a sentire la necessità di sfrondare la mia vita dai rapporti inutili.

- Ma forse ne ho acquisito anche di nuove, che solo il tempo saprà dirmi se valide o meno.

- A casa i rapporti sono rimasti stagnanti; certi meccanismi inossidabili al tempo si sono addirittura rafforzati.  E di pari passo anche la mia rassegnazione. Che non è esattamente un male, perché poi alla fine ciò che conta è saperle le cose. E forse quando sono di buonumore, non è solo rassegnazione fine a se stessa, ma rassegnazione tenera, perché se c’è qualcosa di inequivocabile, è che i miei stanno invecchiando alla velocità della luce. E pure il mio cane. Quindi..

- Lo studio, è stato il mio punto debole di quest’anno. Un bradipo avrebbe fatto di più. È come se avessi un blocco , o una sorta di crisi di panico mentale, per cui a un certo punto non immagazzino più niente. Ho imparato molte nuove cose, ma dovevo impararne molte di più.

Non ne parlo mai con nessuno perché è difficile da spiegare. Ma  sta di fatto che questo blocco esiste e lo posso quasi toccare. E se il prossimo anno riuscissi a superare questo scoglio, basterebbe come ragione per dire che è un anno eccezionalmente buono. Cercherò di ricordarmi più spesso una frase di Houdini, che a quanto pare diceva: "Se ho fatto cose che in realtà non avrei potuto fare è perché mi sono detto: Devi."

- Ho scoperto tanta buona musica, e come per i libri, è una di quelle cose per  cui ho sempre sete di saperne di più. Mi riservo perciò di scoprirne altra in futuro. E magari se mi va bene di condividerla con le persone a cui tengo.

- Sono dimagrita in un anno di solo un paio di chili. Ma togliendo il “solo” diventa anche questa una bella cosa. Cercherò di lavorare anche su questa cosa.

Evvabbè: pensavo che avrei scritto un post di due righe e invece, eccomi qua a spremermi le meningi per vedere se ho lasciato qualcosa nel dimenticatoio o nello sgabuzzino dei brutti/bei ricordi.

Quindi, prima che risalga con la memoria al 1985, preferisco lasciarvi facendovi gli Auguri con una canzone, che voi potrete anche dire che non c’entra una mazza, e che è pure triste, ma secondo me rappresenta un manifesto di ottimismo e di buoni ed essenziali propositi, quando dice:

“C'e' un grande salto in fondo al cuore
prima deserto, adesso un'oasi
via i cancelli per favore,
che non mi servono più.
Via le lame dal mio cuore,
via le cose che lo umiliano
carro che non vuol cadere
nella stupidità.”

Ecco, se nel 2012, io riuscissi almeno a non cadere nella stupidità, sarebbe un anno bellissimo. E ne auguro uno così anche a voi.

Auguri a tutti!!




Ho visto cose di me, che voi umani…





Stanotte ho finito di leggere “Habibi”.


Avrei anche potuto scrivere subito qualcosa, ma la mia anima esigeva un raccoglimento più lungo, prima di permettere al mio corpo di agire. Non so se sono pronta neanche adesso, a distanza di una notte affollata di sogni intensi. Ma forse è più il bisogno di mettere nero su bianco certe sensazioni, certi stati dell’essere, così, a caldo. Stanotte mi è accaduta una cosa che, da lettrice mi è capitato veramente rarissime volte. 


Sono riuscita a guardarmi dentro, e allo stesso tempo a staccarmi da quell’io che leggeva, per  osservarlo dall’alto.  


E così ho visto la donna che è in me, nascondersi dietro le ciglia per non commuoversi davanti a certe immagini, e l’ho sorpresa a non farcela.


Ho visto le mie lacrime scivolare negli arabeschi di un palazzo orientale.


Ho sorpreso le mie mani mentre accarezzavano le pagine e seguivano i contorni di sospiri disegnati.


Ho visto i miei occhi farsi liquidi dalla tenerezza.


Ho visto il mio cuore rattrappirsi dall’emozione.


Ho osservato i mei pensieri farsi strada nelle sottili trame della razionalità.


Ho visto i miei ricordi trattenuti dalla ragione, riaffiorare per poi essere lasciati andare.


Ho visto gesti dimenticati tornare alla luce di un sole disegnato in bianco e nero.


Ho visto le tavole del libro, prendere corpo e confondersi con le sfumature dei  miei dolori e delle mie gioie.


Ho sorpreso la mia gola stringersi attorno al nodo della mia fragilità.


Mi sono vista chiudere il libro e tenerlo stretto a me, per  la paura di far vedere al vuoto della mia stanza la mia anima nuda e in ginocchio.


È tardi per dirvelo, ma questo è il libro con cui chiunque dovrebbe chiudere un anno. Con cui chiunque può regalarsi  un mare di infinita purezza.


Perché nessuno di noi dovrebbe essere privato della gioia di pronunciare almeno una volta: Habibi, mio amato.


* Di Craig Thompson ho letto anche:


- Blanketts

E per fortuna che stiamo al 28 di Dicembre!





Perché a me di finire l’anno con un libro così così, non mi va proprio.

Cioè:  già quest’anno non è stato brillante, già il mio Capodanno si prospetta piatto come il Natale, forse di più;  e per quanto io abbia una certa attitudine al masochismo, non vedo perché debba infierire a oltranza anche sul mio curriculum di brava e onesta lettrice.

Questa volta Mason mi ha fregato.

E so anche perché. Probabilmente ha letto il mio diario segreto in cui dico le peggiori cattiverie del mondo e mi lascio andare all’invidia più sfrenata. E ha quindi deciso di darmi una lezione.

Perché in effetti, a me Mason piace tantissimo, ma lo odio.

Ma è bene che vi dia qualche delucidazione:

da  ragazzetto Mason era un mix tra Ethan Hawke e Tom Cruise, adesso invece è nel bel mezzo dell’età in cui si sta felicemente Clooneyzzando, però con stile.

Ecco una  diapositiva

Si certo,avete ragione. Probabilmente quando Dio distribuiva le labbra, lui era fuori a fumare in balcone, ma volete che i miei ormoni si sottilizzino per così poco?

E fin qua, un punto nettamente a suo favore: era ed è molto carino.

Ma quando io scoprii Mason, era il lontano 2004, anno in cui uscì: “Noi”. Libro che mi aveva immediatamente conquistato, la storia, lo stile, la struttura originale, tutto.

Altro punto a suo favore: carino e per niente stupido. Anzi, baciato dal talento.

Leggendo poi la sua breve biografia sul retro del libro, appresi che era del mio stesso anno.

Terzo punto a suo favore: carino, baciato dal talento, e coetaneo. Avevo ancora la possibilità di incontrarlo, sedurlo e sposarlo.

Ma immaginate la mia faccia, quando mi resi conto che “Noi” era già il suo secondo libro, e che il primo venne pubblicato nel 1999!! Capito?!?!?  1999!!!!!

Praticamente mentre lui nel ’99 era alle prese col suo successo, e gestiva il suo tempo tra presentazioni del suo libro e interviste a fiumi, io cercavo di gestire i miei genitori che mi chiedevano pressantemente a che punto fossi coi miei esami universitari!!

E qua ho incominciato a odiarlo: carino, baciato dal talento, coetaneo, e maturo letterariamente già dal ’99!!!

Ma andiamo al sodo.

Siamo nel 2011.

A tutt’oggi non ho ancora letto il suo libro più famoso “Anime alla deriva” (anche se so che prima o poi lo farò). Ho letto invece “Le stanze illuminate”, e per quanto l’abbia trovato per certi versi meno originale di “Noi” mi è piaciuto, e la mia stima nei suoi confronti è cresciuta di pari passo con l’invidia.

E arriviamo finalmente al suo ultimo libro. “Alla ricerca del piacere”. Mason c’è, è lui, l’ho riconosciuto subito, lo stile curato ed elegante è sempre il suo, la capacità di rendere affascinanti tutti i suoi personaggi, anche quelli che meno dovrebbero, è lì, agli occhi di tutti.  Anzi, c’è qualcosa in più. Perché con questo libro, Mason ha voluto persino giocarsi la carta difficilissima dell’erotismo. E c’è riuscito magnificamente.

Storia pepata al punto giusto, senza mai scadere nel volgare.

E a questo punto il dramma. Non mi ha fatto il pessimo scherzo, di mollare tutti i personaggi, e dico tutti, per strada?

Non ce n’è manco uno, dico uno, di cui si sappia la fine.

Neanche il protagonista!!!

Ma porca pupazza!! Ma si può concepire un libro come una bionda che ha appena fatto l’anestesia?? Bella, sexy, elegante e curata, ma che quando parla lascia i concetti a metà?

Fosse stata bionda e svampita mi avrebbe fatto arrabbiare di meno. Se un libro è senza contenuto è facilissimo smontarlo. Ma il problema è che qua, il tessuto c’era tutto, ma Mason non si sa per quale motivo, s’è rifiutato di lavorarlo e confezionarlo.

Ma veramente può essere che lo abbia fatto solo per vendetta?

O forse non sarà, che siccome mi ama smodatamente, non vuole umiliarmi con la sua bravura e ha quindi deciso di abbassare il suo livello di prestazioni? Nel dubbio, mi atteggerò a persona saggia e  riflessiva che ci pensa bene prima di liquidare una faccenda importante, e gli darò quindi un’altra possibilità.

Ma ti avverto Mason: un’altra fregatura così e sei out!!

Non sfidarmi,  altrimenti dirò a tutti che hai la bocca di una rana, e forse forse, anche un leggero strabismo!!  E non so se ci siamo capiti!!!

Come Alice nel Paese delle meraviglie.




Un libro binario.


Due vicende che corrono parallele per raccontare un'unica storia.


Da una parte abbiamo un cibermatico, coinvolto inconsciamente nella guerra informatica tra due grandi potenze, ognuna interessata a raggiungere il proprio obiettivo, fregandosene degli anelli della catena che vanno persi. Un mondo che potrebbe essere il nostro con tanto di "Invisibili" mostri che abitano nelle fognature e nella metropolitana della città.


Da un'altra abbiamo un mondo perfetto nell'imperfezione, dove chi entra si separa dalla propria ombra e lascia morire il cuore per garantirsi un'esistenza sotto le fronde della serenità.


Murakami è come il signor Mulino Bianco (sì, quello delle merendine).


Il suo marchio per chi ha "assaggiato" i suoi libri è riconoscibile sempre. In tutti si sconfina dalla realtà e in tutti nessuna meraviglia ci coglie quando oltrepassiamo la soglia della fantasia. La maestrìa di Murakami sta proprio nel prenderti per mano e accompagnarti nel "suo" mondo, come se stessi visitando un museo, e avessi una guida a tua disposizione che ti spiega vetrina per vetrina cosa c'è dentro.


Eppure in tutti i "prodotti" coperti dal marchio Murakami si sente un gusto diverso che ne garantisce la qualità.


Se "Nel segno della pecora" le gocce di cioccolato sono costituite dalla  solitudine dell'uomo avvolta in un intrigante mistero, se in "Norwegian wood" gli abbracci sono la leggerezza evocativa dei sentimenti, se ne "L'uccello che girava le viti del mondo" il cuor di mela è l'introspezione dell'individuo quando non ha più niente da perdere o ha troppo da recuperare, se in "Kafka sulla spiaggia" il ripieno è la fatalità del destino dentro la dimensione di un sogno, qua invece abbiamo un biscotto fatto di friabile frolla al gusto di immortalità abbinata a un cuore croccante fatto di paure umane, riflesso dei nostri desideri più atavici e della nostra coscienza che fatica a star dietro ai battiti del cuore.


È una spiegazione surreale che mostra ben poco della trama, me ne rendo conto, ma riflette il carattere onirico, ma non per questo poco realistico di tutti i libri di Murakami. Per saperne di più dovete leggerlo, anzi, ve lo consiglio vivamente. Se non altro per arrivare a pag. 380 e leggere questa bellissima verità:


"Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei rifatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io: quella vita in cui continuavo a perdere tutto. Non avrei potuto fare altro che diventare me stesso, nient'altro che me stesso, con tutte le persone che mi avrebbero lasciato, o che io avrei lasciato, con tutti i bei sentimenti e le magnifiche qualità e i sogni che sarebbero andati distrutti, o perlomeno che avrei dovuto ridimensionare."




* Di Murakami ho letto anche:


- Dance dance dance;
- L'uccello che girava le viti del mondo;
- I salici ciechi e la donna addormentata;
1Q84;

Salinger non aveva previsto tutte le opzioni.




Qual è la frase di Salinger che tutti si ricordano, e quando se la ricordano la usano come metro di paragone per tutti i libri che leggeranno da allora in poi?

Questa:  

"I libri che mi piacciono di più sono quelli che almeno ogni tanto sono un po' da ridere. [...] Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira."

Salinger, non aveva tenuto conto delle biografie, che detto "inter nos", se scritte bene, e se non riguardano la vita di Noce Moscata e affiliati, attizzano di più di una storiella inventata.

"Il viceré del Nuovo Mondo", narra la vita di quel pezzo d'uomo di Cristoforo Colombo (o Cristobal Colòn, se vogliamo fare i precisini).

Sì, perché quando ti accorgi che la radice dei successi dell'esistenza di un uomo, è fatta di umanità, di energie volitive, di audacia, o a seconda dei punti di vista di ottimismo, e forse forse anche un po' di sano culo, e che chi ha condotto quell'esistenza si è reso conto di avere la chiave del futuro, senza farsela ossidare in mano, ed è stato all'altezza della sua sorte, con umiltà ma forse anche con umorismo, il minimo che puoi dire di lui è che sia un  pezzo d'uomo.

Per questo dico che Salinger aveva dimenticato una possibilità, quella ad esempio che se io avessi a disposizione la macchina del tempo, mi attaccherei alle gambe di Colombo, e non di Marlowe, anche se è merito suo.

Ah.... già mi vedo, col mio vestito da mozzo, che lo prego di portarmi con sé.

Andrebbe più o meno così:

"Cristobaaaaaal!!!! Cristobaaaaaal!!!" (l'effetto scenico di me che corro gridando il suo nome mentre lui è alla fine di un sentiero, è un incipit volutamente coreografico ù_ù)

Lo raggiungo, e mentre lui mi guarda stupito e un po' dall'alto in basso, io mi asciugo il sudore dalla fronte (del resto voi mica sapete quanto avevo già corso per raggiungerlo) e gli dico:

"Oh Cristobal!! Menomale che t'ho trovato. Son venuta qua per accompagnarti nelle tue peripezie, ma non solo quelle in mare, anche quelle in terra. 

Come quali peripezie in mare? Ah già, io lo so ma tu ancora no. Tu sei giovane e devi ancora capire qual è quella grande Impresa a cui voterai parte della tua esistenza, ma tu fregatene di quello che so.

L'importante è che ci sono e posso conoscerti (qua la voce mi si alza di un tono, perché quando sono entusiasta di qualcosa, la vocetta da ochetta, un po' mi scappa ^^). Tieni questo foglietto e fammi una firma intanto. Come perché? Tu scrivi, io ti detto: "Con simpatia e smisurato affetto"..dai scrivi, non mi guardare così, ecco adesso firma.. 

Ma no, non è una cosa per ricattarti, è una cosa che si chiama autografo e che serve solo a me.

Lo so, lo so che sei scettico, ma non ti preoccupare di niente. Non influirò sugli eventi forte di ciò che già so, ti starò solo a fianco, ti accompagnerò oltre il confine conosciuto del mare, per scoprire il Nuovo Altro Mondo, farò finta di non preoccuparmi quando so già che verrà una tempesta e rischieremo di morire affogati. Farò finta di essere terribilmente preoccupata, quando tu penserai che questa volta è veramente finita, ma un evento fortuito ti favorirà. 

E poi pensa, quando partirai con le tue navi, io ti farò una fotografia. No, non litografia, fotografia, e poi cosa ne puoi sapere tu della litografia che ancora non è stata inventata? Va beh, lasciamo perdere, la fotografia tu ancora non la conosci, ma stai sicuro che l'immagine di te con una mano appoggiata alla sartìa della nave, e lo sguardo impavido verso l'orizzonte riuscirò a immortalarla molto meglio di un ritratto dei tuoi tempi, che diciamoci la verità, in quei quadri, hai la stessa espressività dei giocatori della Panini che collezionavo da piccola. 

Cos'è la Panini? Va beh, dai sorvoliamo per adesso, non è importante.

E poi Cristobal, voglio accompagnarti anche per terra... beh! Perché fai quella faccia terrorizzata? 

Ma cos'hai capito!!! Sulla terraferma, non sottoterra!!!
Ma no che non sono la Morte, non è giunta la tua ora. Devi ancora scoprire l'Am... ops, niente.. devi ancora fare un sacco di esperienze.

E voglio anche conoscere tutte le donne della tua vita, quella che ti è morta tra le braccia, quella a cui hai insegnato a leggere (Aò, come insegnante hai un futuro), quella che ti ha rubato e svuotato il cuore, va beh dai, qua non reggo, ti do un'anticipazione, si chiama Petenera. 

Però adesso non distrarti, che non devi già pensare a lei... hai altre cose a cui pensare, piuttosto concentrati su questi nomi: la Niña, la Pinta, la Santa Maria.....come dici? Sono nomi comuni di barche qualsiasi? Si, ma aspetta che te li ripeta ancora un po'.. non senti come suonano bene? 

Non ti sembrano cose familiari? Ecco bravo, dammi il braccio, che andiamo a berci qualcosa all'osteria... Non ti preoccupare, lo reggo l'alcool, lo conosci l'Anniversario della  Pampero? E il succo alla pera? Va beh, il succo alla pera è superfluo, no perché se me ne dai il tempo ti faccio provare una cosa.. vieni vieni con me, che ti tengo compagnia per un paio di quarti di secolo."

Murakami for President




Caro Haruki,
questo è il tuo quarto libro che leggo.

Che dire? Spettacolare.

È un libro magico. Di solito in ogni tuo romanzo, c'è un motivo personale che si ricollega casualmente alla mia vita.

Ne "L'arte di correre" dici che hai iniziato a correre alla mia stessa età. Scrivi buona parte di "Norwegian wood" a Roma, una città che in questo periodo della mia vita è molto importante.

In questa lunghissima storia, una delle protagoniste si da un nome per poter essere facilmente riconosciuta: Nutmeg.. o Noce Moscata, il nick che uso io per quasi tutti i miei accessi in Internet.

Lo so, è una cretinata, ma considerando la magia dei tuoi libri e la forza suggestiva che hanno, mi piace pensare che anche questi piccoli dettagli facciano parte dell'incantesimo.

Cos'ha questo libro che lo rende così attraente? Forse il fatto che abbia di tutto dentro. Il thriller, le parentesi storiche, i viaggi onirici della mente, la psicologia, l'amore, il soprannaturale.

Scritto da altri ne uscirebbe un guazzabuglio, ma tu sei stato capace di costruire una storia perfettamente circolare, dove tutto torna e la corrente ti riporta al punto d'origine. Esattamente come in un pozzo, che insieme all'uccello giraviti, è il "bandolo" attorno al quale si dipana la matassa di questo romanzo.

I tuoi personaggi miti e riflessivi si ritrovano sempre in tutti i tuoi libri, ma mai uguali a se stessi. E il color pastello che usi per descrivere le scenografie, i sentimenti, le luci e le ombre dei protagonisti, è sempre di una delicatezza sconcertante.

Ho divorato le ultime cento pagine, per vedere come sarebbe andata a finire, ma appena letta l'ultima frase, mi sono pentita di non essermele gustate ancora per un po'.

La storia di per sé è semplice. Due episodi insignificanti, la scomparsa di un gatto e una telefonata misteriosa sconvolgono di colpo, la vita del tranquillissimo Okada Toru, che da allora dovrà usare tutte le sue forze  in un estenuante ricerca di risposte.
Su sua moglie, su se stesso, sul senso della vita.

E l'uccello che gira le viti assiste nell'ombra a questo teatrino che accomuna tutti gli uomini. La ricerca di qualcosa che a tutti scappa continuamente dalle mani. Guarda indefesso le vicende dei protagonisti, accompagnandoli con la sua voce stridula, quasi guidandoli in una scacchiera verso il proprio destino.

Caro Haruki, sei un maestro nel far diventare l'impossibile plausibile, ed è per questo che continuerò a prendere tuoi libri. Arrivata a questo punto non potrei né vorrei farne a meno.

Un'altra cosa che mi piace di te, e che accomuna tutti i tuoi racconti, è il fatto che le citazioni che fai di musica e letteratura sono sempre ben dettagliate.

Se citi un libro, ne citi l'autore e a volte la trama. Per i brani musicali, la stessa cosa. E personalmente, vedo questa tua "meticolosità" come la ciliegina sulla torta. Non c'è niente di meglio che potersi immaginare un personaggio e contestualizzarlo con ciò che legge, o ciò che ascolta. 

Guarda, se ci fossero corsi per stalker, ne farei subito uno, per poterti conoscere. Cercherei almeno di averti come vicino di casa.

Ah, sai una cosa? Io un pozzo a casa ce l'ho. Ed è chiuso da molti anni, volevamo farlo fuori, ma adesso quasi quasi ce lo teniamo come "pensatoio". ^^


*Di Murakami ho letto anche:







Non so come iniziare: avete presente i film per i bambini, che siete costretti a vedere sul divano insieme a loro?

All'inizio partite con scetticismo, la storia l'avete già vista mille volte, anche se non vi ricordate i dettagli, sapete soprattutto che fine avrà, quali sono i punti deboli ecc...

Poi, com'è, come non è, vi lasciate prendere la mano.

Allungate le gambe, vi rilassate, guardate il vostro compagno di “avventura” e piano piano vi ammorbidite,  rimanete colpiti dalle sue espressioni di stupore, dai suoi occhi ingenui, vi dimenticate di essere composti e razionali, e sorridete, vi commuovete e seguite con tenerezza il film, lasciandovi travolgere da ondate di affetto genuine. Così alla fine vi ritrovate ad avere la stessa faccia da ebete che ha il pargolo, solo che lui è credibile, voi un po' meno.

Ecco: questo è l'effetto che mi ha fatto guardare la vita di Gesù con la compagnia di Biff.

Chi è Biff? È un ragazzino come tanti che ha avuto la fortuna/sfortuna di essere culo e camicia col Messia per quasi tre decenni, dall'infanzia alla fine. Il suo vero nome è Levi, ma la mamma lo ha soprannominato Biff, perché "biffticcia" sempre coi fratelli. (Chi l'avrebbe mai detto che Moore  avrebbe preso spunto da Jovanotti?)

Ma come si fa a trattare un tema così difficile come la vita del Salvatore senza incappare in un'accusa di blasfemia? Esattamente come ha fatto Moore. 

Immaginandolo umano. Essì che ci saremmo potuti arrivare anche noi a pensare  che se per trent'anni Gesù è riuscito bene o male a mimetizzarsi nella società del suo tempo, molto meno tollerante della nostra sotto molti aspetti, evidentemente non è stato “divino” da quando era in fasce.

Eppure non siamo stati così abili, e non siamo riusciti a immaginare la dolcezza di un adolescente che sente intimamente di essere speciale e solo, in quanto unico,  ma ha le nostre stesse emozioni, il nostro senso dell'umorismo, la nostra identica debolezza davanti agli ostacoli che non conosciamo. Biff  ce la racconta tutta la sua storia, e solo lui avrebbe potuto raccontarla così,  e solo  lui avrebbe potuto avere l'occasione di farlo grazie all'aiuto di un angelo bislacco, teledipendente e credulone, che confida di poter lanciare ragnatele come l'Uomo Ragno per tenersi al passo coi tempi, e sconfiggere il male che affligge la società odierna. ( e detto tra noi, mi ricorda molto l'angelo “multifunzionale” di “Bassotuba non c'è” di Paolo Nori; che anche Moore lo abbia letto? )

Questo romanzo è un capolavoro “discendente”. Anziché elevare la vita di un uomo, rivelandone gli aspetti migliori, lo abbassa al nostro livello, svelandone i lati che vorremmo avesse avuto, ma che non siamo stati capaci di attribuirgli neanche col pensiero. 

E fortuna vuole che in qualche modo siamo riusciti a dargli un aspetto, altrimenti sarebbe stato come il sarchiapone della gag di Walter Chiari, un qualcosa di indescrivibile. A proposito, se volete vederlo, l'arcano è stato svelato.. il sarchiapone è lui.


Ma torniamo a noi:

A pagina 519 troverete  questa frase :

"Nessuno è perfetto.. Be', veramente uno lo è stato. Ma l'abbiamo ucciso." (Anonimo)

L'inseparabile Biff ce l'ha dimostrata tutta la perfezione di quest'uomo: è la stessa che abbiamo noi, solo che non abbiamo ancora imparato a volgerla al meglio come ha fatto lui.

Il contrario di déjà vu




Esiste il contrario del déjà vu. Lo chiamano jamais vu.
Più o meno è come quando ti imbatti in cose o persone che dovresti conoscere, ma a te sembrano nuove.

Questo libro mi ha fatto lo stesso effetto.

Salvatore Satta è un nuorese DOC. E "Il giorno del giudizio" parla di Nuoro, per Nuoro, pro Nuoro e contro Nuoro.

E io a Nuoro ci abito.

E di tutto ciò che c'è scritto nel libro non ho potuto riconoscere niente. E non è solo perché sono troppo giovane per ricordarmi i tempi che furono.

E anche perché i tempi cambiano non solo le cose e le persone, ma anche i modi e il sentire, e il dire, e il fare.

Quel rapporto tra il contadino e la sua terra, io lo posso solo immaginare. La vita errabonda del pastore sotto il cielo ingrato, la posso solo intuire.

L'ozio del possidente che guarda seduto al bar i suoi concittadini, fiero e certo di essere un gradino sopra tutti, non è la stesso del figlio di papà sul SUV che guarda il culo della commessa di Calzedonia ondeggiare per strada.

La costruzione di un ricordo non dev'essere una cosa facile. Soprattutto quando l'inizio della tua vita è rimasto intriso di sentimenti atavici che adesso sono morti insieme all'ignoranza e alla genuinità.

E dev'essere difficile anche ricostruire le vite delle persone che hanno animato i propri ricordi. Si rischia di scoprire cose di se stessi che non ci piacciono. Si rischia di vedere le cose come stanno. E di non rendere giustizia ai morti.

Eppure Satta ce l'ha fatta. Nonostante le sue paure, ha sollevato il velo pietoso di vite miserabili e comunque giuste nel fluire del loro percorso; e le ha deposte piano, ancora una volta, sui loro sepolcri, restituendo loro dignità, quella che gli è stata tolta dallo sguardo "abituato" dei loro contemporanei.

C'è un introspezione profonda di Nuoro in questo libro, che è la stessa che avrei potuto cogliere negli aneddoti che mio padre racconta di quando era adolescente, ma che non posso fare, perché è un dono riuscire a raccontarsi e a raccontare. Nuoro è un' isola dentro un'isola. Adesso lo so. Prima lo sentivo e basta. Ora ne ho la consapevolezza.

Sia lodata la scrittura, che permette di fermare le cose che vediamo sulla carta, e sia lodata la volontà di chi ne vuol far partecipi tutti, anche quando l'autore non ne ha avuto il tempo, o aveva paura di farlo.

"Sono stato una volta piccolo anch'io, e il ricordo mi assale di quando seguivo il turbinare dei fiocchi di neve contro la finestra. C'erano tutti allora nella stanza ravvivata dal caminetto, ed eravamo felici perché non ci conoscevamo. Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti resusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale. È quello che ho fatto io in questi anni, che vorrei non aver fatto e continuerò a fare perché ormai non si tratta dell'altrui destino ma del mio."(Pag 267)

Salvatore, mi dispiace solo non aver la tua stessa sapienza e arte nella scrittura e non poter così raccontare il tuo "giudizio finale". 

Spero che chi ti ha conosciuto e letto, stia cercando di farlo in qualche modo. Basterebbe anche lo facesse per se stesso. Chiunque dopo aver letto il tuo libro, vorrebbe risuscitare in una storia, come hai fatto tu con le anime di chi ti è passato accanto. Grazie per la memoria che ci hai restituito senza chiedere niente in cambio. 

Grazie.

Danza come se nessuno ti guardasse




Poi uno dice che è parziale.
Ma Murakami, come si fa a non adorarlo?

Io sono veramente entusiasta.
Credo che questo sia il settimo libro che leggo di Haruki. A parte che non mi ha mai deluso, ma è una continua escalation. Prima di iniziare a “danzare”, quando mi chiedevano da quale libro cominciare, io consigliavo sempre di leggere per primo “L’arte di correre”, per capire cosa vuol dire essere scrittore con stile al giorno d’oggi. Haruki non scrive mai difficile, ma nemmeno da licenza elementare, cosa tipica invece di molti altri autori contemporanei, dove questa mancanza di aggettivazione poi viene etichettata come prosa minimalista, secca, asciutta, e allora voilà, ecco uno scrittore promettente; come dire che se Lapo Elkann, si limitasse a non usare i congiuntivi e a parlare poco, potrebbe scrivere un libro, e passare per un grande scrittore. 

Poi  solitamente consigliavo di leggere “L’uccello che girava le viti del mondo”, o “La fine del mondo e il Paese delle meraviglie”. Bellissimi tutt’e due, ma estremamente surreali. E in fin dei conti ciò che  colpisce di Murakami è proprio questo. Rendere possibile ciò che non è tangibile, né quasi pensabile.

E adesso, leggo invece “Dance dance dance” e rimango nuovamente a bocca aperta.

Non mi sono mai lasciata coinvolgere così tanto osservando una danza impressa solo sulla carta.

All’inizio credevo che fosse una mazurca, passi in sequenza e poi giro, passi in sequenza e poi giro, poi mi sono resa conto che Haruki scrivendo stava ballando un valzer. Dove si gira continuamente.

Leggere l’avventura del giornalista freelance senza nome, come quasi tutti i protagonisti principali dei libri di Murakami, significa lasciarsi travolgere da ciò che vive, allo stesso modo in cui ci si lascia cullare dal ritmo di Strauss. Una volta abituato l’orecchio, basta lasciarsi andare..Un-due-tre, e sei a Sapporo sotto una neve fitta a guardare un albergo sinistro, che fa da ponte coi tuoi desideri. Un-due-tre, e sei a Tokyo, con una tredicenne introversa che sente cose più grandi di te e di lei, un-due-tre, e sei dentro un cinema, a guardare per l’ennesima volta la schiena di un’amore perduto e irraggiungibile. Un-due-tre, e sei in una stanza d’albergo  che esiste solo nella  tua fantasia, a disperarti perché hai capito di volere la realtà più di ogni altra cosa. Ma  se ci fate caso, come in ogni valzer viennese che si rispetti, quando finisce la musica, e il silenzio che precede l’applauso sembra quasi faccia più rumore, non tutto quanto è immobile. Nonostante i ballerini ormai siano fermi, congelati nel passo finale, gli abiti ancora volteggiano, i lustrini in movimento  ancora luccicano, fino a scemare lasciando posto all’applauso della platea. Murakami mi fa questo effetto. Ogni volta che finisco un suo libro, c’è ancora quel moto intrinseco  alla storia che continua a danzare dentro di me, fino a scemare e diventare una sensazione  che si adagia su di me, e ne diventa parte. Ed è forse il momento che preferisco di più. 

Nel mio carnet di ballo ci sarà sempre posto per Murakami.
Perciò danzate e godetene tutti.

P.S. Caro Haruki, l’Italia ti deve piacere proprio tanto se in una storia  come questa hai trovato il modo di “spacciare” anche la  ricetta  degli spaghetti aglio, olio e peperoncino. :)


*Di Murakami ho letto anche:

L'importanza di chiamarsi Emerenc





“Ogni definizione senza emozioni finisce per essere imprecisa”.

Assioma importantissimo per poter leggere questo libro.
Emerenc non è una donna che si può “leggere” con fare distaccato.

E’ la domestica che tutti vorremmo, e la vicina di casa che senza conoscere, potremmo incolpare della strage di Erba.

Emerenc ha una casa. E come tutte le case, c’è una porta. Pur sembrando una porta qualsiasi, diventa blindata per  chi non è desiderato. Per chi non merita la fiducia di Emerenc.

Ma non è cosa semplice conquistarla. Dovete dimostrare di essere in grado di capirla, di rispettare i suoi silenzi, di accettare le sue piccole  vendette, di amarla per quello che è.

Allora Emerenc si donerà come una vergine pura e immacolata alla prima notte di nozze. Totalmente e incondizionatamente. Ma non dovete distrarvi. Emerenc non è un’aliena. Non è invincibile, e non è Superman. E’ un essere umano come voi. E cosa può accadere, se un bel giorno, vi distraete e dimenticate di amarla con attenzione, come lei ha fatto con voi?

“Una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto di un altro.”

Adesso tocca a voi. Amatela pagina per pagina e scoprite da soli quale definizione dare all’anima di Emerenc e cosa significa entrare nella porta del suo cuore. 

Underwear: l’abbigliamento intimo dell’America




Guardando Facebook, mi sono resa conto che il mio paese di mare (specifico di mare, perché di solito sto in un paesone di montagna,  così quelli che sanno chi sono non vengono sotto casa a lanciarmi le uova marce) limita le scelte della gente. O la gente limita il paese, bah, chi lo sa!

Insomma: curiosando nei profili degli amici degli amici ( dove “degli amici” non è una ripetizione, è proprio che ficco il naso nelle cose dei terzi), mi sono accorta che i rapporti tra le persone nel mio paese di mare sono tutti a filo doppio, terzo, quadruplo e via dicendo.. Nel senso: quando ero adolescente, c’erano le classiche cricchette, che tra di loro mal si sopportavano. Così se A, usciva solo con B, C e D, era ovvio che guardasse con disprezzo E, che usciva solo con F,G e H. Naturalmente questo si rifletteva anche sui primi filarini, che si intrecciavano sempre con elementi della propria cricca.

Ma siccome si era nel ventesimo secolo, capitava anche che il primo filarino non fosse anche quello che poi sarebbe arrivato all’altare. E così, grazie al socialnetuorc più pettegolo del mondo, ho scoperto che le cricche  di un tempo, adesso non esistono più, o se esistono sono capovolte.. Così  A se la spassa allegramente con H, mentre Z vive felicemente con B, e D è l’amante segreto di P, che si è dimenticato di quanto aveva sofferto in adolescenza quando la metà dell’alfabeto lo prendeva in giro per l’acne e la forfora.

La cosa mi fa tenerezza e anche un po’ di rabbia, soprattutto per le donnine, che se hanno avuto l’ardire di sperimentare un po’ , adesso possono vantar di essere “conosciute” da tutti, considerando che i maschi appetibili erano sempre quei 5 o 6.

E con questa brillantissima considerazione che sembra portare a “Tutto il mondo è paese”, arriviamo a due risultati: il primo è che anche voi potrete andare a rinfoltire le schiere di coloro che fanno “pat pat” ai miei genitori, che per la loro diletta speravano in un futuro migliore di quello di  “gossippara” via internet; il secondo risultato è che ora avete lo spirito giusto per affrontare questo maestoso libro. (Son furbissima eh!)

Dovete infatti affacciarvi ad Underworld come se fosse un grosso paese, e voi ne foste il sindaco. E parlo di primo cittadino, perché non voglio cadiate nell’errore di guardarlo con gli occhi del turista alla festa del patrono, dove tutto diventa bello e colorato, persino la cacca della mucca.

Non è così, dovete far finta di essere colui che si preoccupa del bene della collettività, ed entrare in casa di ognuno dei vostri paesani, a guardare cosa succede. Anche mentre dormono o pensano.

Può essere a tratti commovente, se entrate nell’attimo in cui accadono micro  macro drammi familiari, ma può essere anche che vi troviate in viaggio con qualcuno di loro ad ascoltare i suoi pensieri più intimi. Potete trovarvi davanti a una palla da baseball e seguire i suoi rimbalzi per tutto il paese, chiedendovi dove vi porterà, ma potrebbe anche cadervi l’occhio, sul bidone della spazzatura antistante il giardino di ogni casa. E magari capire molto di più da quello, che dalla dichiarazione IRPEF dei cittadini.

Perché se è pur vero che Schmitt nel suo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” (di cui io non ho letto il libro, ma ho visto almeno una decina di volte il film, occhio alla colonna sonora che è portentosa),  dice che:
«Quando vuoi sapere se il posto dove ti trovi é ricco  o povero, guarda la spazzatura. Se non vedi l'immondizia né pattumiere, vuol dire che é  molto ricco. Se vedi pattumiere ma non immondizia, é ricco. Se l'immondizia é accanto alle pattumiere, non é né ricco né povero: é turistico. Se vedi l'immondizia e non le pattumiere, é povero. E se c'é la gente  che abita in mezzo ai rifiuti, vuol dire che é molto, molto povero»,
 è anche vero che la spazzatura è una cosa che ci accomuna tutti, non solo perché la produciamo, ma perché noi stessi lo diventiamo, ed è a lei che tutto torna.  Forse torna persino la palla da baseball di cui seguivate i rimbalzi.

Underworld, non è una sciocchezza. È un intero mondo, che vi costringe a concentrarvi su ognuno dei personaggi, a consolarlo, a spronarlo, a criticarlo, e a dirgli in faccia che è più noioso di un incudine, eppure a seguirlo preoccupati fino alla fine. Fino a quando non chiudete il libro, guardate Facebook, e vi accorgete che appartenete allo stesso mondo di cui parlava Don DeLillo.

P.S.  Ho parlato del mio paesino di mare come se fossi un’osservatrice esterna, e non parte integrante, proprio perché non vivendoci per tutto l’anno, non sono mai stata considerata una di loro nel senso più stretto della parola, e anche perché a dirla tutta, da adolescente ero una timida cozzetta, perciò non c’era proprio nessuna materia prima per fare dei pettegolezzi su di me. 

Del Natale e di altre cosucce collaterali.






Ho dei genitori abbastanza anziani, e sono ormai in quella fase in cui ci mettono un’eternità a fare tutto,  soprattutto mangiare. 

Perciò, mentre da piccola, io ero sempre l’ultima a finire, perché cianciavo a più non posso, con la forchetta a mezz’aria  snervando mia mamma, adesso io son la prima a spazzolare il mangiabile, a fare scarpetta, e a dire “Posso?”  e alzarmi mentre loro sono ancora impegnati col primo ( in casa mia la domanda relativa al permesso di alzarsi  anche se ormai ha un valore puramente retorico, non si può assolutamente evitare, i miei sono di vecchio, vecchissimo stampo).

E così, quelli per me, diventano i classici tempi morti. 

Quella dannata mezz’ora che diventa eccessiva per fumare, e dall’altra parte non mi permette di dedicarmi a qualcosa in modo totale, perché tanto dopo, devo andare a sparecchiare/riordinare/lavare i patti e  farmi il caffè.

Adesso: non è che vi sto raccontando questa cosa perché sono una scrittrice compulsiva che ha come unica missione quella di annebbiarvi la mente con prolissi aggiornamenti sulla propria vita quotidiana; ve lo dico invece perché un’amica che stimo molto, per un giorno è riuscita a rendermi produttiva (oibò!)in uno di questi tempi morti. E persino in fase digestiva che per me è tutto dire! 

Mandandomi appunto questo squisito raccontino natalizio, che io ho letto nella famigerata succitata mezz'ora. 

Ma in fondo non è del tutto casuale il racconto di quella mezz’ora da panda in letargo. In famiglia siamo solo in tre, per cui per me il Natale è principalmente rumore di genitori. Che include anche il chiacchiericcio dei miei a tavola, per il quale la loro figlia, fosse anche in cantina, tende sempre un orecchio.

E poco importa se si tratta di un rumore che si perpetua anche per il resto dell’anno.

Sono però preoccupata per le nuove e future generazioni. Non voglio assolutamente assistere al giorno in cui rigireremo la domanda a un giovane del 2045, e ci risponderà: “Il Natale fa il rumore del plin plon di Messenger, quando la mia famiglia mi chiama in chat per farmi gli auguri.. dall’altra stanza!” 

Sono così dispiaciuta di aver finito di leggerlo, che l'unico modo per goderne ancora è consigliarlo a tutti.




Premessa: molto spesso le mie letture provengono dalla biblioteca. 

Purtroppo la mia fame “letteraria” non va di pari passo con le mie entrate. Così, i libri che invece decido di acquistare sono  il frutto di un lungo corteggiamento, che passa attraverso le recensioni, sguardi fugaci attraverso le vetrine della libreria, ricerca di note sull'autore. 

A volte prendo delle cantonate incredibili, a volte no. A volte come in questo caso, raggiungo l'apoteosi del mio “baratto figurato”. 

Immagino i soldi che consegno direttamente nelle mani dell'autore, e corrispettivamente immagino l'autore che mi fa scivolare nella mano un pugno di emozioni che entrano nel mio animo. Allora la beatitudine mi si stampa in viso, e passo i giorni dopo aver chiuso il libro a rigirarmelo tra le mani, come un innamorato maneggia fino a consumarla, la prima lettera d'amore ricevuta.

C'è chi con la carta fa origami a forma di gru. Se vengono bene puoi tenerle nella mano e stanno in piedi da sole. C'è chi con le parole fa origami a forma di storie. Se vengono bene ti attraversano il cuore, senza bisogno di chiederti la chiave.

E questo romanzo è pieno di origami. È pieno di storie palpitanti.

Un equilibrista le guarda dall'alto e le congela in un'istantanea a colori. Noi non facciamo altro che leggere il puzzle che compone quella foto.

Storie e vite in bilico come il funambolo che le contempla senza vederle.. in bilico tra presente  e futuro, tra dolore ed espiazione, tra errori atavici e salvezza, tra disperazione e riscatto, tra amore sudicio e amore immacolato. Ma alla fine del libro, proprio all'ultimissima pagina la consapevolezza è una sola: che c'è una fede che a volte non sappiamo di avere, ed è una fede connaturata alla nostra stessa esistenza, che cammina sempre sopra una corda tesa sul nulla, e sulla fune siamo in perfetta solitudine, noi e la nostra fede in qualcosa.

E chi se ne frega dei nostri buoni propositi, delle nostre intenzioni, possiamo sempre cadere da un momento all'altro, ma possiamo anche arrivare alla fine del filo; e se ci arriviamo, chi ci tende la mano è proprio lei, la fede, la meta, l'amore, l'amicizia, la serenità, tutte facce di una stessa medaglia. 

Una piccola medaglia, quasi una monetina da 5 centesimi, che possiamo deporre sulla linea dell'orizzonte durante il tramonto, e accorgerci che ha la stessa forma del Sole.

Una frase per tutte: "C'è chi pensa che l'amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo ci si ferma lì. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po' sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l'energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, sin dall'inizio." (Pag.395)


(Philippe Petit, 7 Agosto 1974, in bilico tra le Twin Towers a New York, sopra una corda spessa meno di 3 cm, a 417 metri di altezza)





"Un uomo lassù nell'aria mentre un aereo, così sembra, sparisce nell'angolo della torre. Un piccolo frammento di passato che ne incrocia uno più grande. Come se il funambolo stesse in qualche modo anticipando il futuro. intrusione del tempo e della storia. Punto di collisione delle storie. Attendiamo un'esplosione che non avviene. L'aereo passa, il funambolo raggiunge l'estremità. Nessuna disintegrazione. [...] L'uomo solo contro l'immensità, eppure capace di farsi mito a dispetto di ogni altra evidenza."



Non ho 34 anni. Ne ho 3,4.



E con questo libro il verdetto è finalmente raggiunto: a me le favole piacciono.

Ieri sera, mentre il verduraio sotto casa mi faceva gli Auguri di Natale, e guardavo distrattamente la nebbiolina mentre parlava, (nebbiolina quando si parla = molto freddo), io non vedevo l’ora di tornare a casa, prepararmi il tè, e tornare a leggere la vita di Alice.

Mi si chiederà: è una biografia attendibile? La storia della Musa ispiratrice di Lewis Carrol, è ampiamente documentata? Ebbene no, purtroppo le cose che si sanno della vera Alice sono quattro in croce, e la Benjamin, ha cercato di essere attendibile nell’immaginare la verità più probabile, ma di cui non abbiamo certezza.

Ma sapete che c’è?

Non me ne frega una cippa. La storia è bellissima. Tutto converge in quei piccoli dettagli che mi fanno andare in un brodo di giuggiole.

Ah, la storia ambientata nell’epoca vittoriana, ah il romanticismo sottinteso e i codici di comportamento che ti fanno intuire ma che non dicono espressamente, ah i personaggi  inconfondibili (ce n’è può essere uno più inconfondibile di Alice?) , ah quelle descrizioni accurate ma non ridondanti, per cui riesci a immaginare persino il ricamo della crinolina della cameriera, ah, le belle favole!!!

Perché poi, la cosa secondo me riuscitissima di questo libro, è proprio la geniale continuità  con l’Alice del Paese delle Meraviglie.  E con questo non voglio assolutamente farvi credere, che dalla favola per bambini, si passi a una vita surreale e abbagliante, fatta di lustrini e balli di corte. Ma magari!!! La vera Alice si suppone abbia avuto una vita tutt’altro che facile, e la Benjamin è riuscita senza apparente sforzo, a tradurne non solo la storia, ma anche le preoccupazioni,  le incertezze, la battaglia con gli stereotipi del tempo.

Un bon bon di storia, scritto deliziosamente, e dotato di una peculiare profondità al pari della favola nota ai più.

 Dentro il libro, troverete anche tre foto della vera Alice,  che riguardavo attentamente ogni dieci pagine che leggevo, manco ne fossi dipendente.  Anzi, al diavolo l’ipocrisia, ne ero veramente dipendente. Dipendente da quella strana frenesia che ti prende quando vorresti saperne ancora di più, quando guardando gli occhi del soggetto, ti affanni a trovare quello che vai cercando, e molto spesso, parla di te.

Vi allego qua, l’unica delle tre che potete trovare facilmente in rete. Le altre mi auguro per voi, le scoprirete da soli, insieme alla magnifica, dolorosa e intensa storia di Alice Liddle.


Habemus papam. Ma non è quello di Moretti.






O forse sì.

Naaaa, diciamo che Nanni si è divertito a immaginare la versione disneyana del romanzo teatrale di Silone. Una recita natalizia dove i buoni vincono sui cattivi.

Silone invece ha scritto per quelli che son già a Capodanno, quelli disillusi che mezz’ora prima dei botti, vanno in terrazza a fumare e fanno una summa di tutto l’anno, e si accorgono che non è che sono andati così tanto avanti rispetto a quello precedente, e che per i prossimi 12 mesi, forse forse tocca loro  compiere,  o un gesto estremo, oppure abbassare un po’ il tiro, così giusto per stare coi piedi per terra.

Ma naturalmente immagino che tra voi lettori ci sia chi non ha letto il libro, né ha visto il film di Moretti.

E allora, scusatemi un attimo che appresto la scena.

Dunque: con Nanni la facciamo semplice semplice. Un Papa, che appena eletto, cade in crisi di coscienza e non sa se riuscirà a sopportare il peso del pontificato.

Con Silone invece.. Beh, dunque, la partenza è un po’ diversa.

Pietro Angelerio del Morrone,  prima di diventare papa, era un ottimo cristiano, ma proprio di quelli buoni come il pane. E per niente stupido. Faceva l’elemosina se c’era da farla, predicava bene e razzolava altrettanto bene; se vedeva azioni sconvenienti e contro la morale, non distoglieva lo sguardo con fare disgustato, ma ne prendeva coscienza e ne ragionava insieme all’autore cercando di portarlo dalla parte del giusto, e se non ci riusciva, beh allora amen, elargiva il perdono autentico.

Ma un bel giorno, inaspettatamente, nel 1294 viene eletto Papa. Magnum gaudium est, voi direte.
Finalmente un uomo giusto al potere.

E infatti anche l’ormai Celestino era euforico, preoccupato ma euforico.

Quali erano gli intenti di Celestino? Ovviamente quelli di un uomo buono che può permettersi di deviare le cose verso il corso naturale e giusto, perché finalmente ne ha i mezzi.

Ad esempio, voleva bandire tutte le indulgenze e i privilegi concessi a casaccio, e  informarsi dettagliatamente caso per caso, ogni qualvolta decidesse di firmare un qualsiasi documento.

[Pregasi la clac di lavorare]

CLAC: AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!

Voleva privilegiare la salute dello spirito privandosi delle classiche comodità ecclesiastiche, preferendo agli ori e ai broccati, un letto duro e un saio comodo.

CLAC: AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!

Voleva rinnovare la Chiesa interamente, ignorando il sottile e fragile equilibrio tra Re e Toghe corrotte e rifiutando i compromessi e le regalìe facili.

CLAC: AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!

[Non basta, assumete altri figuranti, questa clac è smorta]

CLAC  RINFOLTITA: AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!
  
 **************

[Sospiro fuori campo]

Caro, caro il nostro Celestino, che voleva andare da solo contro il mondo e pensare che una volta al potere avrebbe potuto continuare a fare il buon cristiano.

Caro, carissimo Celestino, che pensava che la Chiesa, avrebbe assecondato il suo desiderio di purificazione allo stesso dilagante modo con cui sguazzava nella corruzione.

CLAC  RINFOLTITA: … ……………………… ………………… ……………

[In effetti non c’è niente da ridere]

E così, rimanendo sul giochino scemo dei due piedi in una pellicola, si potrebbe dire che “L’avventura di un povero cristiano” è stato scritta come  un film di Bud Spencer e Terence Hill al contrario, con un finale dove gli eroi prendono un sacco di botte anziché darle.

Ma come nei migliori spaghetti western, dove la colonna sonora fischiettante anticipa la venuta di gag e scodelle di fagioli fumanti, anche nel testo di Silone, avremmo potuto immaginarci la fine.

Bastava tener d’occhio questa frase:

"Se l'utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell'uomo. Vi è nella coscienza dell'uomo un'inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell'utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace."

Va beh, adesso non è il caso che vi rattristiate. Ok, la favoletta non ha un finale natalizio, ma parla di speranza, dai che avete capito, quella cosa verde che non dovete dimenticare al festone dell’ultimo dell’anno. Quella cosa che è l’unico bagaglio leggero, che vi fa andare avanti il prossimo 2012. E più ne avete meglio è!

Perché va bene che crepi l’avarizia, ma pure un pochino la mestizia!

Sciascia Vs. Saviano 10 - 0




«Il popolo» sogghignò il vecchio «il popolo... il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna...»

Questo libro è un manifesto, un classico e un racconto.
E anche senza leggerlo, lo abbiamo già in testa, perché è arredato con l'Italia, quella in cui viviamo, che disprezziamo e che tanto alla fine amiamo.

Che cos'è la mafia? 

Sciascia risponde così alla fine del romanzo, con un'avvertenza che verrà aggiunta al libro in occasione della sua uscita nella Collana "Letture per la scuola media" della Einaudi.

« Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un "sistema" che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel "vuoto" dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole e manca) ma "dentro" lo Stato.

La mafia insomma non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.
Il giorno della civetta, in effetti non è che un «per esempio» di questa definizione. Cioè: l'ho scritto, allora, con questa intenzione. Ma forse è anche un buon racconto.»

Vi auguro una buona lettura, e mentre in testa alla classifica dei libri più venduti del mese c'è Saviano, io preferisco rileggere questo romanzo, e ricordare che sulla tomba di Sciascia c'è un epitaffio: «Ce ne ricorderemo di questo pianeta.» 

Io di lui sicuramente sì, di Saviano non so.