Il lettore prima di tutto.



Non so se capita anche a voi, ma ogni tanto mi succede di leggere involontariamente una sequenza di libri, legati da qualcosa, una tematica, una situazione, un oggetto, che ricorre senza che io lo possa anticipatamente sapere, in tutte le storie. Ad esempio, negli ultimi tempi, ho letto diversi libri, e a distanza ravvicinata,  dove un ruolo decisamente significativo viene ricoperto da un cane. Ne “La porta” della Szabò, c’è il cane Viola. Nel libro di Fante, “A Ovest di Roma” c’è il cane Stupido. Nel capolavoro di Kundera c’è il cane Karenin, e via dicendo.

Questo per dire, che “Nel mondo secondo Garp”… il cane non c’è. 

Ahahaha, c’eravate cascati eh?

Va bene, ok, sto seria. Ricominciamo: questo per dire, che a proposito di tematiche ricorrenti, la lettura esattamente precedente a questa, è stata “Sardinia blues” di Soriga. Se c’è una cosa che non ho detto riguardo al libro nella relativa recensione, è che a circa metà romanzo, c’è una piccola perla che riguarda la sensibilità e le aspettative del lettore nel momento in cui si immerge in una storia qualunque. Ve la riporto per comodità:

"I romanzi, [...] non ne ho letti molti, ma quelli che ho letto, a me sembra che non sia sopportabile, la loro forma, questo fatto che pretendono di raccontarti la storia di una persona, di un gruppo di persone, però in realtà non lo fanno, c'è una trama, un inizio e una fine, e in mezzo compaiono dei personaggi, alcuni buoni e alcuni cattivi, e tu ti affezioni e vorresti sapere di loro, com'erano da piccoli e come erano i loro genitori, e cosa pensano dell'amore e della vita, cosa gli succederà quando decideranno di sposarsi, tutte le cose che è normale volere sapere delle persone che ti interessano, e invece gli scrittori ti danno solo poche notizie, quelle che servono per portare avanti la storia, insomma, io mi affeziono, poi non è che mi interessa solo sapere se il tradito si vendicherà o a chi verrà assegnata l'eredità o chi è l'assassino o se il poliziotto verrà ucciso in una sparatoria, io vorrei sapere tutto di quei personaggi, altro e altro ancora, e invece poi arrivi a un punto e c'è la parola fine, e questa mi sembra una cosa così arrogante, e così triste, perdere quelle persone per sempre, insomma hai passato un paio d'ore o di giorni con loro e poi non le riincontrerai più, non è che puoi sperare che ti chiamino al telefono qualche anno dopo e ti raccontino come stanno, niente, persi per sempre, allora forse gli scrittori dovrebbero pensarci bene prima di cominciare  scrivere, così, voglio dire, avere moltissime notizie messe da parte sui personaggi, raccontare davvero tutto, anche dopo che finisce la trama, altrimenti a me sembra che i lettori, almeno io sono così, poi ci restano male."  

Ecco, quando io ho letto questa cosa, ho pensato che è verissimo ciò che dice Soriga, è vero che un libro dovrebbe essere come quei film che sono tratti da una storia vera, che dopo la parola Fine continui a guardare lo schermo perché passano le scritte che ti mettono a parte di ciò che succederà ai protagonisti nel futuro. Che so: “Paolina verrà trovata morta dieci anni dopo, ammazzata dal proiettile vagante di un cacciatore che abusivamente sparava agli orsetti lavatori; Carletto, conseguirà una laurea in Dietrologia dei rimpianti, e vive felicemente con la sua famiglia, dietro la discarica comunale del paese.” Et similaria.

Così, quando ho finito il libro di Soriga, non sapevo che subito dopo avrei letto un romanzo che del  dettaglio ne fa uno stile. Irving, che già amavo prima di leggere le vicende di Garp, non solo è un fine cesellatore di momenti (istantanee descritte talmente bene, che ti rimangono impresse nella mente in modo indelebile), ma è uno che il lettore lo conosce bene. Almeno quanto lo scrittore  sardo, con la differenza che Soriga, come molti altri, si limita a comprendere le esigenze del lettore ma non gli va mica tanto incontro!
Oppure forse, Irving è perfettamente consapevole che dei  suoi personaggi ci si innamora, e così probabilmente, la prende come una responsabilità non lasciare niente al caso, e dirti, spiegarti, e raccontarti tutto, ma proprio tutto ciò che succederà ai protagonisti, alle piante, alle case, alle sensazioni. Qualunque sia il motivo per cui lo fa, è innegabile che gli riesca proprio bene. L’introspezione di Garp, le sue paure, i suoi difetti, le sue virtù, ne fanno un uomo reale, eccessivo forse in certe cose, ma proprio per questo, molto più umano del nostro vicino di casa. E mentre Owen di “Preghiera per un amico” avrei voluto conoscerlo e stargli vicino, per Garp è diverso. Garp è l’uomo che vorrei essere se fossi maschio. Peccato sia impossibile, sono sicura che fareste a gara per conoscermi. 

In attesa però (non si sa mai) che il miracolo avvenga, leggete Irving. E’ la formula perfetta per un investimento sicuro. La buona lettura non va mai in crisi.



Non tutti i nuraghi escono col buco.




Per le prime cento pagine pensavo si trattasse più che di un blues, di un “De profundis”.
Innanzitutto, la trovata di farci sentire la musica di sottofondo (gran brutta musica diciamocelo), interrompendo la narrazione ogni dieci righe, ammetto, mi stava un po’ snervando. 

In secondo luogo, c’è un grosso sbaglio in questo libro, che è quello in cui il povero Soriga, che immagino fosse armato delle migliori intenzioni,  è incappato, dandosi letteralmente la zappa sui piedi. Tutti i protagonisti della vicenda puntano il dito contro la Sardegna degli stereotipi, quella del precariato, dell’apatia invernale da suicidio, della Barbagia solo faide e sequestri, della Costa Smeralda per ricchi eccetera. 

(E fin qua, noi Sardi siamo tutti là che annuiamo con grande partecipazione, mentre invitiamo Soriga a entrare in casa  e a conoscere tutti i nostri parenti fino al quarto grado ).

Ma a questo punto, mi sarei aspettata, anzi.. ci saremmo aspettati che qualcuno, o che la storia ci svelasse qual è dunque la versione autentica e autoctona dell’isola. 

Ebbene nisba, niet, nudda!! Per non parlare dei personaggi femminili della storia. Le donne sarde, uniche figure esenti da sempre, da qualsiasi stereotipazione se non in senso positivo, e di solito legata ai connotati mediterranei della loro fisionomia, qua escono in gran parte come donnine insulse, per lo più vuote, e sempre in bilico tra crisi esistenziali e ubriachezze moleste.

(E qua inutile dirlo..i Sardi trasecolano col bicchiere di fil’e ferru ancora intatto in mano, dando ordini di interrompere immediatamente la preparazione del porcetto sullo spiedo).

Senonché Soriga decide di passare ad altro. E fa bene, perché spogliandosi della veste del sardo che conosce i sardi, entra in una materia più intima e più sua, questa volta veramente cucita su di lui (non vi dico qual è per non rovinarvi il gusto del libro). E’giocoforza che si lasci finalmente andare a una narrazione più fluida, con pochi “intervalli musicalmente cacofonici”, dialoghi alla Palahniuk, e finalmente una storia che spicca il volo dal punto di vista emozionale.

(Qua i Sardi, dopo lo sconcerto iniziale, riprendono la preparazione del porcetto, e chiamano "i Tenores" a cantare in cortile per il nuovo ospite, perdonato dopo soli  cinque minuti di ramanzina da parte della nonna matriarca)

Mi rendo conto che la Sardegna, come tutte le regioni antiche, multisfaccettate e con forti tradizioni, non è facile da descrivere, ma Soriga potrebbe farcela. Questo è stato un tentativo. Apprezzabile, ma non riuscitissimo. Però, in fondo, si sa, non è detto che tutti i nuraghi riescano col buco al primo colpo. E allora aspettiamo fiduciosi il prossimo libro sulla Sardegna. 

(Che tanto poi all’appello mancava qualche parente, e così ne approfittiamo per far conoscere il resto della famiglia alla prossima puntata, che poi se capita in Autunno, c’è la vendemmia, e allora il Cannonau non glielo leva nessuno all’ospite d’onore.) 

Strudel di pomodorini e olive

Ingredienti:
- 3 uova
-150 g. farina
-1 cucchiaino di lievito in polvere
-120 g. di olive verdi snocciolate
-120 g. pomodorini
-3 cucchiai di olio extra vergine d’oliva
-origano
-sale

Preparazione:
Rompete le uova in un recipiente e unitevi l’olio, un pizzico di sale e abbondante origano.

Quindi unite la farina, setacciata insieme al lievito.

Mescolate bene e aggiungete infine le olive e i pomodorini tagliati a metà e privi dei semi.

Versate il composto ottenuto in un piccolo stampo da plum cake unto d’olio. (Io ho usato uno stampo da 30 cm, perciò la forma finale è quella di uno strudel, ma se avete uno stampino più piccolo, potrebbe venirvi un plum cake, che esteticamente è forse anche più carino.)



Cuocete in forno preriscaldato a 170 °C per mezz’ora circa. (Non so se è perché ho usato il fornetto della DeLonghi, e non il forno della cucina, ma mezz’ora non mi è bastata. Per avere una buona cottura ho dovuto lasciarlo dentro un’ora.)

Saggiare la cottura dello strudel con uno stecchino: se questo risulta asciutto, lo strudel è pronto; altrimenti, prolungate la cottura.

Sformate lo strudel, fatelo raffreddare e poi servitelo.





È una buona alternativa a quel pezzo di pizza che a metà mattinata vi toglie il buco nello stomaco.
Ma va bene anche tagliato a fettine e messo al centro della tavola insieme a qualche antipasto.



Contro il logorìo della vita moderna.






Fughiamo subito ogni dubbio.

Questo non è un libro né per chi si aspetta un monaco tibetano che a cavallo di una motocicletta vi spieghi la filosofia tutta, né per chi si aspetta istruzioni utili per far partire una moto che avete ferma in officina dal 1965. Chiunque di voi spera nell’una o nell’altra cosa ne rimarrà deluso e sbadiglierà tutto il tempo.

Piuttosto è un libro che vi offre un approccio diverso a due cose che sembrano lontane anni luce e tutto sommato non lo sono.
Anche senza leggere questo prezioso volumetto, mi era già capitato di pensare che in un modo o nell’altro in ognuno di noi alberga un piccolo filosofo. Il tutto sta a farlo uscire.
Ma dove? Tra un post su Facebook e due chiacchiere in chat? Tra l’ora della spesa e quella della pennichella? Tra le telefonate vuote di amici stressati  e le lavatrici di capi colorati? Ummm, difficile.  

Sembrerebbe una questione di tempo. E in fondo lo è.
Eppure, il ciondolamento post-prandiale estivo sull’amaca, non è detto faccia di noi dei saggi illuminati. Io ad esempio, ho sempre e solo rimediato le righe della tela sulla faccia e qualche pigna in testa.  E quindi non è solo una questione di tempo libero da scassamenti di palle.

Mesi  fa, vidi in tv un documentario su un corridore famoso di cui non ricordo il nome, che fece stampare sulla maglietta la scritta “L’uomo che corre, è un uomo che pensa”.

Eccolo il punto.  

Perché un’ora sul letto/amaca/divano, produce inerzia , mentre un’ora di corsa produce buoni propositi, ricordi sopiti, strategie di vita? Forse perché pur impegnati a raggiungere una meta, siamo costretti ad ascoltarci. E non solo il nostro fisico che chiede venia e si rifiuta di fare quell’ultimo chilometro, ma anche il nostro cervello, libero finalmente di fare le proprie associazioni senza ingerenze esterne, neanche quelle derivanti dall’ozio.

Stessa cosa vale per un viaggio in moto.  E non è indispensabile che siate soli. Anche Pirsig fece il suo viaggio on the road con il figlio. La moto è un mezzo fantastico, ma non è adatto a fare salotto. Le  conversazioni vengono urlate o smozzicate, perciò se avete voglia di conversare dovete farlo interiormente. 

Ecco spiegato il binomio zen-moto che all’inizio poteva sembrare tanto dissonante. La ricerca spirituale di noi stessi, specie se fatta con Qualità (la Q maiuscola la capirete solo leggendo il libro), è un modo inverso di concepire il mondo in cui viviamo. Anziché trarre conclusioni sommarie da una visione panoramica, bisognerebbe incominciare a guardarci dentro ed estendere piano piano la visuale fino ad abbracciare ciò che ci circonda. 

Lo so, sembra una cazzata. Infatti io (tento) di scrivere recensioni, mica libri come Pirsig!!!

E proprio perché l’ha scritto lui e non io, si vedranno accontentati anche coloro che cercano una trama. Dolorosa in questo caso, un po’ alla John Nash per intenderci. Ma forse essenziale per poter arrivare a un’accettazione della verità sofferta, ma liberatoria. 

Sarebbe bello adesso fare del gossip, magari anticipandovi non solo che si tratta di una storia vera, ma dicendovi pure cosa successe dopo; invece mi limito a consigliarvi questo libro a piccole dosi, e vi allego un link, a testimonianza di tempi e riflessioni che furono.


Volete scrivere un romanzo? Prima leggete questo.




Prima di iniziare a leggere quanto segue, dimenticatevi per un attimo quante stelline ho dato a questo libro. A prescindere dal fatto che possa essermi piaciuto o meno, è importante che vi renda edotti innanzitutto sulla sua funzione.

Per non farvela tanto lunga, direi che è la prova del nove per capire chi sa scrivere con cognizione di causa, e chi sa leggere.

Scorrendo le recensioni su “Mademoiselle O”(veramente poche a dire il vero), ho notato, con un certo divertimento, che quasi tutti i pareri negativi, a detta dei lettori, sono motivati dal fatto che questo non sia un romanzo. Dal fatto che sia noioso. Dal fatto che sia un’antologia di aneddoti (cosa vera solo in parte). Nessuno di coloro che l’ha giudicato deludente l’ha però definito con l’unica parola possibile: saggio.

E adesso, consentitemi una certa cattiveria.  Se il lettore, anche qualora fosse stato tratto in inganno dal titolo, che tutto fa pensare tranne che a un saggio, non riesce ad accorgersi della natura del libro già dalla decima riga, e qualora se ne accorga ma non gli venga la parola, decida comunque di abbandonarlo perché noioso, beh, allora che posso dire! Che si limiti  a leggere la Kinsella e Moccia.

Ecco perché ho parlato di prova del nove per i lettori.
Ma è anche una prova per gli autori.

Thirlwell, è sicuramente uno che ne sa. E su questo non v’è dubbio. Ma è soprattutto, cosa che traspare in tutte le pagine, un amante della letteratura. Della buona letteratura.

Mademoiselle O, è lungo  quasi 500 pagine. Io, che sono una dilettante, cercherò di spiegarvi in quattro righe cos’è che Thirlwell si sforza di farci capire.

Partiamo da un esempio facile facile.
Tutti noi, sappiamo che dietro un film, c’è un lungo lavoro. Se poi si tratta di un gran film, c’è dietro un’opera d’arte congegnata nei minimi dettagli. Noi ovviamente, siamo solo i fruitori di un prodotto finito, le nostre impressioni sul film sono certe e forti e possiamo solo immaginare quanto lavoro ci sia  voluto per riuscire a trasmettercele. E’ per questo che quando ci capita di vedere un backstage, o l’intervista al regista, spesso lo guardiamo con lo stesso interesse che abbiamo rivolto al film. Per rimirare l’arte nascosta dietro l’immagine. Per capire i “trucchi” di tanto splendore.

Thirlwell, fa la stessa cosa col romanzo. Ci racconta il backstage di titoli famosi e intramontabili. Ci spiega le intenzioni dello scrittore. E di quanto abbia penato per raggiungere un certo risultato.

Risultato, che Thirlwell chiama stile. Ma non inteso come composizione lessicale, ma come abito del romanzo. Non per niente lui stesso definisce lo stile come una “qualità di visione”. Da qui, l’ovvia conclusione che lo stile non sia soltanto il vestito con cui si confeziona la trama, ma diventi parte dei soggetti e sia allo stesso tempo anima del romanzo.

Ho parlato di ovvia conclusione. Ovvia mica tanto, se Thirlwell ci ha messo 500 pagine per riuscire a illustrarla. Ma sono 500 pagine indispensabili, anche se a prima vista possono sembrare confusionarie e caotiche.

Il giusto approccio a questo libro, è quello di pensare di ascoltare nell’auditorium della vostra città una lezione di e sulla letteratura, tenuta da uno studioso del settore. Una lezione di cui godere con spirito accademico. Evento, a cui farei partecipare, trascinandoli per i capelli se occorre, molti autori contemporanei, convinti ancora, e purtroppo aiutati dal consenso di molti lettori superficiali, che sia sufficiente sapere l’italiano e avere una buona trama per poter scrivere un libro che passi alla storia. Dietro un romanzo c’è molto altro.

Flaubert lo sapeva.
Gogol pure.
Cechov anche.
Balzac lo stesso.
Proust ugualmente.
Nabokov idem.
Tolstoj certamente.
Diderot altrettanto.
E come loro molti altri (ma comunque pochi rispetto alla quantità di scrittori esistenti).

Che poi è anche il motivo per cui i loro scritti, resistono all’evoluzione del tempo e dei costumi in qualità di classici, irrinunciabili e intramontabili. Una grande lezione, per chi la sa cogliere.

Se sapessi scrivere un libro lo scriverei così.




Mettiamo che Monicelli avesse letto questo libro.
(Va bene, ammettiamo anche che avesse ancora a disposizione attori del calibro di Gassman, Totò, Carotenuto, Salvatori ecc). 
Beh, allora avremmo avuto “I soliti ignoti sessant’anni dopo”.

Vi vedo sapete!! Adesso voi  penserete a un  cinepanettone retrò, tipo “Vacanze di Natale” un po’ più elegante.

Assolutamente no.
Trattasi di commedia nel vero senso della parola.

I soliti ignoti di Monicelli se vi ricordate, erano un manipolo di ladruncoli che cercavano l’espediente definitivo per poter cambiare vita e trovare la pace dei sensi nei soldi.
I soliti ignoti della Giulia 1300 sono i falliti di oggi, che cercano l’espediente definitivo per poter cambiare aria e trovare la pace dell’anima.

Ma come i loro colleghi di sessant’anni fa, Diego, Claudio e Fausto hanno la gloriosa capacità di non imbroccarne una, se non dopo aver applicato tenacemente il postulato di Ehrman: Le cose andranno peggio prima di andar meglio. Chi ha detto che le cose andranno meglio?

E’chiaro che essendo una commedia il quasi lieto fine sia dovuto. Ma quello che soprattutto mi interessa di questa storia, è l’avermi dato la conferma che sarà sicuramente più difficile far ridere che far piangere, ma chi ce la fa perché la comicità ce l’ha nel sangue come Bartolomei, allora può permettersi anche di sfoderare un’ironica vena drammatica, senza risultare ridicolo. 

E’ un po’ come la storia del clown, che se puta caso si fa vedere triste commuove molto di più di Eschilo, Sofocle ed Euripide messi assieme. Se ci fate caso, è molto difficile che accada il contrario.

E così le cinque stelle sono d’obbligo, per l’insostenibile leggerezza con cui si arriva a fine libro, senza perdere il sorriso. 

Infine, senza svelarvi il segreto del “prato musicale”e tutto il resto, vi dico invece che  anche davanti a casa mia c’è da tempo una Giulia 1300. Non è verde ma rossa, e non so se è in grado di produrre piccoli miracoli come quella di Vito, però so che ha un’aria civettuola e frizzante, come se sapesse già che ne sta per combinare una delle sue.

E io quindi cosa posso fare se non arrendermi all’evidenza e crederci? :)




Il tacito manto di una storia che vi travolgerà.



Ecco un libro che mi ha fatto felice all’altezza del cuore. Per un sacco di motivi.

Sono felice ad esempio che Thompson abbia deciso di fare il fumettista e non il paracadutista.

Che abbia avuto un’adolescenza difficile, e abbia deciso di imprimerla sulla carta.

Sono felice che ci sia dietro un lavoro di introspezione che fa scattare nel lettore la condivisione spassionata.

Sono felice che il fumetto sia in bianco e nero, che notoriamente è molto chic e abbinabile ai sentimenti più nobili.

Che Luca Sofri abbia fatto una prefazione bellissima a questo libro, esaltando uno dei protagonisti di questa storia, il silenzio.

Ma soprattutto sono compiaciuta del fatto di aver pensato di leggere un libro, quando invece stavo guardando un film. Un colossal con una meravigliosa colonna sonora.

Signore e signori vi presento: LA NEVE.


Ma lasciate che vi spieghi. Blankets è un film lento, dove le emozioni  hanno carta bianca, e a passo di neve, scivolano nel silenzio.

Una parentesi di quiete che non è prolissa nel suo significato, che non è fatta di assenze, che non è gravida di tensioni.  Neanche volendo potrebbe essere così. Non con una musica che cade a fiocchi imperlandone i contorni.

La verità è che si tratta di un silenzio a cui si affida l’indicibile. E noi non possiamo che sentirci onorati a stare dall’altra parte a raccoglierne la testimonianza, a prendere al volo i dubbi, gli amori incomprensibili, la tenerezza autentica di chi ha un cuore giovane e inesperto.

Thompson mi ha fatto ricredere su una convinzione che avevo da un po’ di tempo a questa parte. E cioè che il filone dell’adolescenza come travaglio emotivo, fosse ormai un filone superato. Mi sbagliavo. Dovevo semplicemente trovare qualcuno che me la raccontasse come fosse una poesia che svanisce a primavera.



* Di Craig Thompson ho letto anche:

Nella letterina a Babbo Natale, quest’anno metteteci anche i rimpianti!



Ci sono libri che si leggono in momenti sbagliati. E libri che si leggono in un periodo talmente azzeccato che viene da pensare che ogni frase sia riferita a chi legge.

Non posso dire di aver letto L’ultimo giorno felice né nell’uno né nell’altro modo. Però l’ho letto in una sola mattinata. Precisamente dalle 7:30 del mattino alle 13:45, sei ore durante le quali l’ASL, per un problema burocratico, è riuscita a rispedirmi all’Ospedale per  ben quattro volte. In tutto sei ore di fila.

Di certo non l’ho letto comoda. Ed è stato un bene. In un’altra situazione forse non sarei riuscita a inserirmi nella lunghezza d’onda giusta. Quella del disagio.

Il buon Ennio Flaiano diceva: “I momenti importanti della vita di una persona sono sette o otto; tutto il resto fa volume”. Ed è un volume sicuramente pesante se fatto di grigia quotidianità.

Però Tullio, sai che ti dico? Hai fatto proprio bene ad ambientare la storia in quel modo. Perché oltre alle sacrosante Feste Natalizie, non c’è niente di così stracciapalle come una gita organizzata in comitiva, insieme a tutta la famiglia, quando non sei dell’umore giusto. Ed esattamente come il periodo natalizio, non si può non pensare che se non lo si passasse più in quel modo, con tutte le abbuffate, le chiacchiere pesantissime dei parenti, le foto imbarazzanti  mentre alziamo gli occhi al cielo, ci mancherebbe.

L’ultimo giorno felice è un libro di rimpianti, senza voler rimpiangere. E’ una sequenza di pensieri a caso, come quelli che possono capitare a chi aspetta sei ore in fila, se non avesse un libro con cui distrarsi.

Un elogio alla relatività. Qualunque sbaglio si possa fare nella vita, anche quello più irreparabile diventa un evento che quasi quasi rivivremmo, se scoprissimo di avere ancora poco tempo a nostra disposizione. Ma nell’incertezza continuiamo a fare di testa nostra, e a odiare i momenti banali, dimenticandoci che niente è irrilevante, se continuiamo a ricordarlo.



Fai felice un bambino. Adotta anche tu una favola di Rodari.


Se c’è una persona a cui avrei fatto vedere “Il favoloso mondo di Amelie”, certa che sarebbe entrata pienamente nello spirito giusto, quella è proprio Gianni Rodari.

Potrei metterci la mano sul fuoco, che se in casa sua avesse ritrovato una scatola di vecchi ricordi nascosta dietro una piastrella del bagno, avrebbe fatto la stessa cosa di Amelie. Ma prima di riconsegnarla dopo lunga ricerca al proprietario, probabilmente l’avrebbe trasformata in una favola da raccontare a un bambino.

Oh Gianni! Sei stato la colonna sonora della mia infanzia.  E quando sognavo le tue storie non sapevo neanche chi fossi. Crescendo non ti ho dimenticato,  e adesso che ho anni di gavetta alle spalle, a volte riesco a riconoscere le persone che come me son diventate adulte tenendo per mano il bambino che è nascosto dentro di noi.



(Coloro che volessero prestarmi un bambino per insegnargli l’unica tabellina del tre che vanta numerosi tentativi d’imitazioni, peraltro senza successo, sono pregati di rivolgersi al mio cane tutto-fare. Lo potete trovare all’angolo di ogni tabacchino che vende biglietti per l’Osso-bus. Aut min rich, scade il 31/12/9999, può avere effetti collateralibianti, non somministrare sopra i 300 anni, può provocare diarrembaggio.)

Il Cristianesimo, questo sconosciuto






Dunque sì, accomodatevi pure.
Non state troppo indietro. Venite pure avanti,  che altrimenti non potete vedere la magia di cui oggi sarete esclusivi spettatori . Ebbene, ecco quello che accadrà fra qualche istante. Svuoterò la mia mente.  Cancellerò la mia memoria a breve e lungo termine, e di colpo sarò una Noce Moscata che non ha letto “Quo vadis?” a 17 anni, e non l’ha neanche riletto a 34.
“Sim salabim, abracadabra, tutti giù per terra, puff puff, pant pant e grattachecca e fichetto.”
Voilà!

Strabiliante nevvero?

Ma non è finita qua.
La magia in realtà deve ancora venire. Sì, lo so.  Vi state chiedendo cosa ci possa essere di più strabiliante, oltre a ciò che avete appena visto e all’invenzione della ‘nduja calabrese.

E’ presto detto. Sto per rispondere con assoluta genuinità, senza lasciarmi influenzare da ciò che ho letto (ma cosa ho letto? Ah, certo.. l’esperimento è in atto, non ho letto niente!) alla domanda :

“La parola religione cosa ti fa venire in mente?”

VIA COL TEMPO!

1)      Don Giovannino alle medie quando spiegava non so cosa, e nel mentre si frugava le orecchie con le chiavi dell’auto.
2)      Il Papa che non paga l’ICI.
3)      La faccia tosta della Chiesa che si costituisce parte civile nel processo contro Restivo.
4)      Quello strapallosissimo esame di Diritto Canonico.
5)      La foto del bacio choc tra il Papa e l'Imam della Benetton.
6)      Che da piccola ero innamorata di Papa Giovanni Paolo II, e sognavo di andare in giro per il mondo con la sua macchinina dai vetri blu.
7)      Il Vangelo secondo Biff.
8)      Il Vangelo secondo Gesù.
9)      ….
10)   ….
11)   Ummmm, non mi viene in mente altro..
12)   Ah, sì, che se quel giorno va esattamente come spero che vada, mi reco in chiesa, mi cospargo la testa di cacca di cigno, e accendo un cero.  Mollo pure un offerta, toh!

STOP COL TEMPO!!

Bene,  gentili spettatori lo spettacolo è finito. Toglietevi di dosso l’aria stupefatta  e sedetevi a  tavolino con me, a discutere della questione.
Non avete notato niente nelle mie risposte?
Ad esempio un approccio alla religione abbastanza superficiale, dozzinale. Se fossimo dentro un telefilm,  adesso il Tenente Colombo sarebbe lì lì per uscire dalla stanza, ma tornerebbe sui suoi passi per dirmi:
“Un’ultima domanda signorina.. e la carità, la giustizia, l’amore verso gli altri? Queste cose proprio non le venivano in mente?”

E qua mi gioco la carta Jolly.
“No, non mi venivano in mente, non fino a quando ho riletto Quo vadis

Mi piacerebbe poter dire letto e non riletto, ma ahimè, non posso negare l’evidenza.
Le alternative sono due: o a 17 anni ero estremamente ottusa, o ero insopportabilmente vacua e salottiera.
Quando ho ripreso in mano l’opera di Sienkiewicz, ero sicura di rileggere una formidabile storia d’amore ai tempi dell’avvento del Cristianesimo. Mi sbagliavo. Le due cose viaggiano su binari paralleli, e molto spesso il secondo supera il primo.
Vinicio e Ligia, investiti follemente dal loro amore, maturano i loro sentimenti all’ombra di un sentimento ancora più alto. Quello per Dio.

E la cosa straordinaria di questo libro, non sono le peripezie dei due eroi innamorati, per quanto meravigliosamente caratterizzati. La cosa che più rimane impressa è la descrizione di un movimento di massa che in nome della giustizia, della pace, dell’amore verso il prossimo e della grazia eterna, dilaga e si diffonde grazie a un tam tam che farebbe invidia a qualsiasi socialnetwork dei nostri giorni.

E come nei migliori talk-show Sienkiwicz ci regala anche un magnifico moderatore: Petronio.

Non mi importa molto sapere che anche nella storia fosse veramente un saggio illuminato con l’amore per l’estetica, nel libro l’ho adorato in tutti i suoi aspetti. Quello che lo vede barcamenarsi con sagacia senza pari, nella diplomazia ipocrita dei lacchè imperiali, quello di filosofo intelligentemente dubbioso davanti alla nuova dottrina, come quello che lo vede  difensore delle cose buone e giuste, anche se destinate a venir sopraffatte.

Il cristianesimo visto così come lo descrive Sienkiewicz, nudo, crudo e salvifico, è come osservare il telefono con la rotella. Una roba retrò, d’altri tempi.  Eppure il significato primo della nostra dottrina era proprio quello, e metteva radici in una società che non era poi così diversa dalla nostra.  Roma, capitale del vizio e della lussuria, navigava tra leggi certe ma “ad imperatorem”, e sete di potere. Tra atrocità compiute in nome della pax deorum, e intolleranza verso le classi inferiori. Un quadretto per niente edificante, ma  chissà perché molto più facile da intuire perché concreto ancora adesso, anche se sotto sembianze ingentilite.  E così si arriva al trucco, che c’è ma non si vede. 

Una volta toccato il fondo, agli uomini tocca risalire. E allora entra in gioco la fratellanza, l’unica arma possibile una volta che ci si sente perduti.

Ma noi siamo troppo avanti per capirlo. O forse non abbiamo ancora toccato il fondo.

P.S. Nerone, da che ho memoria me lo immagino con la faccia di Peter Ustinov nella trasposizione cinematografica dell’opera.  Assolutamente leggendario.





Istruzioni per un’adeguata lettura.




- Sciogliete accuratamente le parole di questo libro, in una sera tiepida in cui non avete niente da fare, e immergetevi nella lettura con un  sottofondo di musica jazz, a volume medio. Prima di levare lo sguardo dal libro, e ritornare alla solita routine abbiate cura di non strofinare via le emozioni che vi sono cadute addosso. Piuttosto frizionatele e lasciate che vi detergano l’anima.

- Risciacquate bene la malinconica melodia interiore di cui ormai siete preda, in modo da togliere eventuali tracce di agenti estranei (che so, l’eco di un nocivo ritornello di qualche canzone di Gigi D’Alessio e consorte, involontariamente sentito alla radio, mentre la mattina eravate imbottigliati nel traffico. Oppure l’intro di qualche trasmissione televisiva culturalmente elevata, come “Le tagliatelle di nonna Pina” che fanno da trionfale ouverture all’entrata della Clerici).

- Asciugate in un panno, la scala cromatica delle emozioni che questo libro vi ha suscitato, e stiratela, ancora palpitante, al rovescio, badando a mantenere la sua forma naturale intatta, senza pieghe, facendo scorrere delicatamente il ferro da stiro nel senso delle vibrazioni, ed evitando di allargare il senso di silenzio che cerca di rifare capolino nella vostra serata.

- Vi consiglio inoltre di cambiare ripetutamente il jazz che state  ascoltando, alternando Ellington a Baker, Mingus a Monk, Parker a Jarrett, Coltrane a Powell, affinché non si debba ricorrere a una lettura violenta e affrettata, e vanificare così l’effetto salutare di questa storia d’amore musicale, lunga quanto il brivido di una nota di sax. 


Piccola postilla: al mondo ci sono due tipi di persone. Quelli che quando parlano di jazz, citano la stra-abusata frase straccia maroni di Baricco, “Quando non sai cos’è, allora è jazz, gnè gnè gnè”. E poi ci sono quelli che invece ti fanno il nome di questo libro, o te lo regalano.

E giusto per introdurvi all'atmosfera ideale, vi regalo
pure questo:

Una volta credevo in Dio. Poi ho scoperto Auslander



E ho capito che il mio dialogo con Dio è assolutamente irrilevante.  E anche il vostro lo è, se avete pensato almeno una volta nella vita che il detto “Piove sempre sul bagnato”, sia solo un modo gentile per dire che se Dio è là, e vi ha fatto oggetto di sì tanto accanimento è veramente uno stronzo.

Ma Auslander  è molto più preparato. Perché lui con Dio ci parla ogni giorno, e progetta la sua vita a venire in base alle eventuali vendette di un Dio scontento. Mica un cretinata vivere con questa spada di Damocle sulla testa. I salti mortali di Shalom per cercare di aggirare i trabocchetti del Dio capriccioso mi hanno divertito tantissimo. E ho tifato con tutto il cuore che ce la facesse. Impossibile non partecipare al dubbio Abramitico di fregarsene o affrancarsi dalla schiavitù dell’occhio che tutto vede e tutto sa.

Eppure,  una volta percorse insieme ad Auslander le sue battaglie contro un nemico invisibile, il problema di fondo rimane.  E così alla fine di una lettura divertente, mi è pure toccato pensarci su. E sono arrivata alla conclusione che il problema sta a monte.  Che è una questione di sistema. 

Da che mondo è mondo uno dei più antichi bisogni umani, è quello di avere qualcuno che si chieda dove sei quando la sera fai inspiegabilmente tardi. Non importa che sia la nostra dolce metà, o genitori iperansiolitici che hanno già pronta  una lavata di capo epocale. La nostra necessità primaria è quella di avere qualcuno a cui render conto delle nostre azioni. E anche se all’azione segue sempre una reazione, che non sempre è così confortante come vorremmo, siamo sicuri di poter vivere senza? 

E allora non è che Auslander tra esilaranti gag e scampate vendette, volesse semplicemente dire che Dio, senza la veste dittatoriale di supervisore, acquista le sembianze di un Punto di Riferimento? Nudo e un po’ vetusto magari, ma pur sempre un appoggio.

La casa ideale ha sempre un locale di disimpegno



Va bene. Mi devo ricredere. Pensavo fosse un’emerita schifezza.  Invece tutto sommato no. O meglio, poteva essere molto peggio. Poteva esserci una storia d’amore alla Harmony con frasi smielate da Baci Perugina e scene di sesso alla Beautiful ad esempio. 

Oppure potevano esserci descrizioni dettagliatissime di inenarrabili atrocità compiute sugli animali, giusto per smuovere la categoria degli animalisti che è più folta di quella dei vegani.  Invece niente.  Sobrio e scorrevole.

Certo, non è un libro che rimane ad imperitura memoria, però non fa neanche urlare di sdegno. Ed è già un pregio ora che non esistono più le mezze misure. Segno evidente che di libri piacevoli ne esistono ancora. Libri che rallegrano la pausa di riflessione tra una lettura seria e una dolorosa. Libri che se venite interrotti mentre li leggete, poi non dovete per forza rileggere le tre pagine precedenti per riappropriarvi del filo narrativo. Libri che puoi leggere dappertutto. Libri disimpegnativi come un antibagno. 

Ho persino avuto la fortuna, se così vogliamo chiamarla, di vedere il film. Naturalmente è stata una pessima idea.  Pur rimanendo abbastanza fedele al libro, hanno tagliato in toto le incursioni narrative di Jacob  da vecchio, che nel libro convinceva molto di più di Jacob da giovane.  
Taccio sulla varietà di espressioni facciali del protagonista. Un cane che dorme vincerebbe a tavolino. 


Un ultima cosa: gli elefanti  sia che abbiano orecchie grandissime o parlino polacco, tirano più di un pelo di fica.  E sono estremamente fotogenici anche quando l’accompagnano. 

L'opera super-accessoriata di un formidabile concessionario



Eggers in una precedente vita è probabile facesse il venditore porta a porta. Forse dei Folletto della Vorwerk, oppure di assicurazioni. Nella prossima vita invece, potrebbe reincarnarsi in Aldo Busi, che in un'intervista confidò di essere il migliore scrittore mai esistito al mondo.

Tolti i veli e i drappi troppo “sugosi” dell'autocompiacimento e dell'autocelebrazione, che vi avverto, oltre che nel titolo ritroverete:

nella Prefazione
nei Ringraziamenti
tra le righe
nel libro da pag. 0 a pag. 369

quel che rimane è la trama. Ma è un dettaglio.
Partendo dalla fine, la presa di coscienza di un adolescente catapultato decisamente prima del tempo  nel fantastico mondo delle responsabilità degli adulti, potrebbe essere il frutto di una storia che copre l'arco di 20 minuti, o di 20 anni. Ma sono bazzeccole, quisquiglie, pinzellachere che si dimenticano facilmente insieme agli sforzi del protagonista di tenersi a galla. 

Ciò che invece attira e colpisce sono casomai i suoi monologhi infiniti, i suoi flash geniali e la forza persuasiva delle sue seghe mentali.

Così, alla fine  vien da chiudere il libro, con la stessa espressione con cui si esce da un concessionario d'auto. Fischiettiamo felici, giocherellando con le chiavi della nostra auto super-accessoriata. Ma nell'attimo in cui stiamo per aprire la portiera, se vediamo riflesso, il viso rubicondo del concessionario che alle nostre spalle sorride beato e ci fa  ciao ciao con la manina, ci sorge il sottile dubbio che ci abbia fregati. Sarà vero?

Sul come la recensionista sbarazzina si lasci andare a rivelazioni autobiografiche che vanno ben oltre i suoi dati anagrafici




Quando andai a Trieste per l'Università, non so se per la legge degli opposti, o per la tendenza bislacca della vita a scherzare coi pardossi, mi ritrovai a frequentare assiduamente due bellezze indigene.
La Betta e La Claudia erano due valchirie alte 1,80 ciascuna, bionde, fascinose, giunoniche e con proporzioni da manuale.
Il primo anno eravamo inseparabili. Ma ovviamente c'era anche il rovescio della medaglia. Io esistevo solo per loro. Tutti gli altri non mi vedevano.
Per quanto anch'io vantassi delle proporzioni canoniche, e guardassi il mondo con due occhi da cerbiatta, come solo le ventenni sanno fare, dal basso del mio 1,63, quando stavo con loro, diventavo magicamente invisibile. Non c'era verso di spiccare manco grazie alla mia pelle ambrata, che faceva da contrasto alle loro pelli seducenti, ma chiare come il calcestruzzo.
Così quando accadeva che qualche ragazzo si fermasse a parlare con noi, la conversazione rimaneva sempre ad altezza sventole (nel senso letterale della parola).
L'asterisco nero coi capelli arruffati, in mezzo ai due punti luminosi passava in secondo piano, anzi.. al pian terreno. 
All'epoca risolsi il problema frequentando di meno le stangone, e mettendomi col fratello della Betta; che sfiorava gli 1,90 e faceva collezione di fatine in miniatura, e che probabilmente mi aveva notato per associazione di idee.

Allora di certo, non l'avrei saputo cogliere, ma adesso potrei dire che quell'invisibilità coatta aveva un po' il sapore della frustrazione, a cui non facevo troppo caso, perché mitigato dalla leggerezza di una matricola universitaria, che ha toute la vie devant soi per rifarsi.

Trudi, la protagonista del libro, non avrebbe potuto gestire la cosa con la mia stessa noncurante faciloneria. Perché lei invisibile ci è nata.
E la coattività della sua frustrazione non dipende dal non volerne uscire, ma dal nanismo. Che in quanto malformazione genetica, non lo puoi togliere e chiudere nel terrazzino come fosse lo stendino dei panni.
Se i libri potessero essere concepiti come capi double-face, Come pietre nel fiume sarebbe la parte calda e vellutata de Il tamburo di latta. Laddove nel secondo trionfa il lucido cinismo, nel primo impera la potenza dell'umanità.
E così Trudi, soffre, si dispera, lotta e alla fine trova il modo per sopravvivere alla cattiveria della gente e alla guerra. Un modo tutto suo sicurmente, ma molto più duraturo e profondo, di quello che poterebbe escogitare chi si appoggia al comfort di un corpo normale. 

Insomma: il nanismo  è come il grasso.
Va saputo portare.
E Trudi lo porta in modo impareggiabile.
Una grande lezione in un piccolissimo corpo.

Dalla Russia con amore



Si può civettare in un accampamento militare?
Si può fare spionaggio col sorriso?
Si può investigare balbettando?
Si può far capitolare un giovane vecchio?

Se esiste un modo per vedere una guerra con occhi naif, questo libro spiega come.

”Veni. Vidi er tempo de oggi, vidi a posta elettronica. Pubblicai le foto de a guera su feisbuc. E vici!”



Mi domando cosa penserebbe Adriano se vedesse lo spot Tim di questi giorni. Non credo ne rimarrebbe stupito. Piuttosto è probabile si siederebbe sotto un ulivo a meditare sulla mutevolezza dell'ironia e dell'esprit du temps. E sorriderebbe.
Diverso sarebbe se lo portassi a vedere cosa succede nelle aule di Montecitorio. Probabilmente avrebbe un déjà-vu. Ma questa è un'altra storia.

Di sicuro, non sarò né la prima né l'ultima a dirvi che quello che ho tra le mani è un libro maestoso.
Mi ha fatto rimpiangere di non avere una casa tutta mia, per potermelo godere la sera, seduta in poltrona e sorseggiando un bicchiere di rum. E' un libro che concilia l'anima. L'avvolge e la riscalda sotto il lume vivido della sincerità.

Tra tutti i passi che mi sono trascritta (e sono tanti) ce n'è uno che rcchiude a parer mio un insegnamento fondamentale.

”Ero prossimo ai quarant'anni. Se fossi morto a quel momento, di me non sarebbe rimasto null'altro che un nome, tra una serie di alti funzionari, e un'iscrizione in greco in onore dell'arconte di Atene. In seguito, tutte le volte che ho visto sparire un uomo giunto a metà della sua vita, del quale il pubblico ritiene di poter valutare esattamente i successi e le sconfitte, mi sono ricordato che a quell'età io non esistevo ancora se non per me e per pochissimi amici, i quali certamente in qualche momento dubitavano di me come ne dubitavo io di me stesso. Ho compreso che ben pochi realizzano se stessi prima di morire. E ho giudicato con maggiore pietà le loro opere interrotte."

Adriano era un uomo. Punto.
Non aveva superpoteri, ma pregi e difetti come tutti. Il suo sogno è stato quello di realizzare se stesso. La gestione del suo vasto Impero è andata di pari passo con l'evoluzione del suo sogno.
Qualcuno di cui non ricordo il nome ha detto che “c'è chi passa alla Storia, e c'è chi passa e basta”.
Adriano è passato alla Storia comportandosi da uomo, usando le sue virtù come poteva e facendo buon uso dei suoi vizi. Ai giorni nostri l'inclinazione è più quella di fingersi grandi uomini e passare. Di solito dalla padella alla brace. O dalla sala alla porta di servizio.
Impareremo prima o poi? 

Paasilinna e il suo potere balsamico.




Arto mi fa un effetto agrodolce.
Il suo stile è più didascalico dei sottotitoli di un Tg, eppure le storie che racconta sono come le caramelle balsamiche. Le succhi distrattamente, ma alla fine ti pizzica il naso.

L'uomo che abbandona la frenetica vita cittadina, preferendole una salubre esistenza silvestre, non sarebbe di per sé neanche un tema particolarmente originale, se non fosse che la semplicità spartana con cui Paasilinna descrive il ritorno alla natura, senza gli estremismi ascetici alla “Into the wild” ringiovanisce lo spirito come una Domenica coi boyscout.

“L'anno della lepre” è un libro da pre-vacanza, ma non nel senso della leggerezza. Nel senso della predisposizione a “staccare la spina” con più convinzione. Un depliant dell'Alpitour non potrebbe fare tanto.

Anche la lepre, che pur onnipresente, sembra quasi superflua ai fini della storia, alla fine si materializzerà nella vostra testa e non ne uscirà più.

P.S. Cara Iperborea, come casa editrice sei uno schianto. Mai che sponsorizzi autori scontati o da vetrina. Solo, per favore, cambia formato. Devo sempre leggere i tuoi libri, tenendoli semichiusi per paura di scollare la rilegatura. E sui ripiani della libreria mi costringi a fare le doppie file. E non è carino nei confronti di chi sta dietro.



Finish Powerball brilla meno di Goncarov



Ho sprecato almeno dieci minuti della mezz'ora che ho a disposizione all'internet-caffè, a inventarmi un titolo accattivante per questa recensione. All'inizio avevo pensato a Oblomoviglioso, poi ho alzato lo sguardo e i miei occhi si sono posati sui bicchieri fumanti che la banconiera toglieva dalla lavastoviglie con mani in apparenza ignifughe. E TA-DAAA... il plagio dello spot pubblicitario si era ormai compiuto.

Adesso viene la parte difficile: tener desta la vostra attenzione, sempre che il paragone col brillantante l'abbia effettivamente catturata.

Ciò che mi muove a volervi convincere, non è solo la grandiosità di questo romanzo, ma è soprattutto la profonda indignazione nel veder dimenticato il nome di Goncarov nel firmamento letterario. Contemporaneo di Turgenev e Dostoevskij, ospite del loro stesso mecenate, frequentatore dei loro stessi salotti, a detta loro persino “conversatore brillante, spiritoso e autoironico”, ha scritto la sua prima importante opera (Storia comune), a soli 33 anni. Quasi la stessa età della lettrice che in questo momento sta cercando di ridare prestigio all'illustre autore, mentre ordina il secondo caffè ristretto della giornata.

Eppure tra i celebri letterati russi, per non so quale conventio ad excludendum, Goncarov viene citato poco e niente. Sgomento assoluto!!

(In pratica sarebbe come fare un elenco dei recensionisti indecentemente frivoli, e non citare me! Sgomento inaudito!!)

In Oblomov, ciò che conta non è l'ambiente ma l'atmosfera, non è la staticità dei fatti, ma l'inossidabilità di certi meccanismi dell'anima che suonano più attuali di quelli che potete vedere in una puntata di “The Mentalist”.

Il'jà Oblomov è un uomo che ha fatto dell'apatia uno stile di vita; attorno al suo modus vivendi gravitano personaggi che alla fine della storia vi sembreranno “di casa”. E proprio perché “familiari” vi permetterete di giudicarli. E di trarne delle conclusioni.

Le mie sono le seguenti. E siccome personali, sono ovviamente anche soggettive.

1)”Chi si assomiglia si piglia”. I poli opposti si attrarranno pure, ma alla fine il meno si sposa col meno e il più col più.

2)E' inutile girarci attorno: noi donne, abbiamo indubbiamente un certo istinto materno, e possiamo anche divertirci a fare le crocerossine in qualche imprecisato periodo della nostra vita, ma chi seguiremmo in capo al mondo non è il “sensibilone” di turno, ma l'uomo pratico e di polso che ci tiene per mano nelle peripezie quotidiane, ma all'occorrenza ci smuove, ci strattona (ho detto “strattona”, non “tratta male”, lungi da me alimentare il falso mito del “Teorema” di Ferradini), ma soprattutto ci stimola. Allora ci sentiremo finalmente appagate, e siccome l'uomo di cui parlo non è né Indiana Jones, né Robocop, avrà sicuramente anche lui le sue debolezze e la sua sensibilità interiore, occasioni in cui potremo persino soddisfare il nostro istinto da chiocce.
In parole povere, possiamo anche avere memorabili storie con artisti, poeti, intellettuali, e aggiungerei anche i Nerd (che adesso van tanto di moda), ma quello che vogliamo inconsciamente e non, è un uomo all'altezza delle rogne giornaliere, che davanti a un problema di gestione pratica, non vada in paranoia o si rifugi in elucubrazioni filosofiche, scaricandoci la patata bollente. Naturalmente  il tutto va condito con l'aroma inebriante della moderazione. Gli estremismi si sa, in amore come nel carattere non vanno mai bene.

3)Tutti quanti abbiamo vissuto un periodo in cui abbiamo perso tempo a “tracciare l'arabesco della nostra vita” senza però muovere un dito per dargli una forma compiuta. Comunque presto o tardi, nel bene o nel male, ci siamo mossi e scrollati l'inerzia di dosso.
Guardiamo a questo banale momento come a un successo e rallegriamocene. C'è chi non si muove, o non ha la forza di farlo, e si condanna a vivere come  una pallottola di pasta arrotolata.
Si chiama Oblomovismo.

Adesso mi direte che non vi ho parlato del libro, ma quale miglior motivo potevo darvi per leggerlo, se non quello che qualunque testo vi porti a fare delle riflessioni sul vostro modo di vivere, è un'opera ben riuscita?

E non vi ho neanche parlato della rarità dei cuori nobili. Ma questo lo scoprirete da soli, qualora decidiate di accompagnare Il'jà nel suo piccolo mondo antico.

Ah, un'ultima cosa. Le prime 100 pagine servono da preselezione per scremare il pubblico paziente da quello che vuole tutto e subito. Superato il dubbio di esservi immersi nella lettura di un testo teatrale, dove i personaggi entrano in scena uno dopo l'altro al centro del palcoscenico, potrete sprofondare nella poltrona e godervi lo spettacolo, perché da quel momento in poi... silenzio! Parla Oblomov.

E c'è ancora gente che quando vuole evadere guarda la Tv



Per questa volta eviterò di annoiarvi con le mie solite manifestazioni stucchevoli di cieco amore nei confronti di Haruki.

Vi lascerò soltanto una profondissima perla di saggezza che ho maturato nella mia innata modestia a fine lettura. ù_ù

Murakami sta al lettore come  una donna di vent'anni sta a un suo coetaneo maschio (e sottolineo coetaneo).

Ossia: la donna a parità di condizioni afferra e vede cose che l'uomo può appena intravedere solo con l'aiuto di un corso intensivo trimestrale più CD-ROM esplicativo.

In altre parole.. è inutile:
la donna sta avanti.
Murakami pure.

Il lettore non può far altro che seguire docilmente la penna di Haruki, ed aprire occhi ed orecchie ad universi altrimenti imperscrutabili.

P.S. Chi non ha letto Norwegian wood, salti a piè pari il diciannovesimo racconto “La lucciola”. E' praticamente il riassunto.


Fortuna vuole che Schmitt non sia stato contemporaneo di Saint-Exupèry


Altrimenti Antoine l'avrebbe sicuramente fatto fuori.
Fortuna in generale che Antoine non sia ancora vivo.
Assisterebbe a una vergognosa inversione di tendenza. Perché adesso a quanto pare, va di moda dire che “Il piccolo Principe” è sopravvalutato e in fondo è di una banalità sconcertante.
Non si sa come, ma tutti sembrano essersi dimenticati che l'etichetta romanzo di formazione è di solito riservata a tutte quelle opere la cui profondità è proporzionale al momento in cui le si legge.
E se l'addomesticamento della volpe che simboleggia la dipendenza emotiva che si crea quando nascono dei legami, fa storcere il naso ed esclamare all'adulto: “Oddio! Che cosa scontata!”, forse apre gli occhi a un sedicenne, o più semplicemente lo porta a rifletterci su.

Ma come al solito, sto divagando. Tornando all'ipotetico colleghicidio, se il povero bistrattato Antoine avesse letto “Oscar e la dama in rosa”, probabilmente roso dall'invidia e accecato dallo spirito di competizione, nonché dimentico dei buoni propositi profusi nel suo libro, avrebbe preteso lo scalpo di Schmitt.

Perché anche questo è un piccolo libriccino formato-favola. E anche questo, a leggerlo e a chiuderlo, non ci si accorge di avere il cuore in mano, e non la sigaretta o il cellulare.

Ma mentre “Il piccolo Principe” è un delicato affresco sui sentimenti umani, “Oscar e la dama in rosa” è un gesto d'amore. E' il gesto di chi ti rimbocca le coperte e prima di accostare la porta dà un ultimo sguardo, che ti abbraccia e ti avvolge sereno. E' un gesto d'amore per chi sa di morire, e per chi sa che qualcuno che ama morirà.

Un gesto di una leggerezza tale che non sconfina mai nella mancanza di rispetto per chi soffre.

Una leggerezza che ha il potere di donarti la speranza e allo stesso tempo di schiacciarti sotto il peso dell'inevitabile.

Semplicissimo nella sua disarmante bellezza.
Bellissimo nella sua disarmante semplicità.

Da leggere. Da regalare. Soprattutto a chi ha l'insostenibile compito di stare accanto a chi soffre. Per ricordare che non si è del tutto impotenti davanti alla vita che scivola via.


Benvenuti a Obliolandia





Forse non dovrei dirvelo. Ma oggi mi sento in vena di confidenze.

Esiste un paese, di cui non vi dirò le coordinate per evidenti ragioni di privacy, che si chiama Obliolandia, ed è abitato dai Tiepidi.

Chi sono i Tiepidi?
Sono tutti quei libri che nel mondo degli uomini non hanno lasciato il segno, né in negativo, né in positivo. Libri che per le più svariate ragioni, sono stati dimenticati. Libri né caldi, né freddi, Tiepidi appunto.

I Tiepidi naturalmente, non sono tutti uguali. Alcuni ad esempio, non hanno fatto in tempo a nascere, che già si trovavano ad Obliolandia; normalmente sono un po' distratti e hanno l'aria trasognata tipica di chi non sa come mai si trova in un posto e perché.
Altri, hanno vissuto un breve periodo di gloria, calcando le vetrine di importanti librerie, e solitamente si dividono in due categorie. Quelli che hanno preso bene lo spegnersi repentino dei riflettori sopra di loro, e quelli che non l'hanno presa per niente bene. Riconoscere gli uni dagli altri è un gioco da ragazzi. I primi sono amabili conversatori e simpatizzano facilmente. A volte hanno il vezzo, memori della breve esperienza da star, di atteggiarsi a navigati conoscitori del mondo, ma in fondo sono dei buoni diavoli.

I secondi invece non si danno pace per il torto subìto. Specificano sempre di essere a Obliolandia solo di passaggio e hanno sempre un'aria di sufficienza dipinta sulla copertina. Insomma, hanno la puzza sotto il frontespizio e quasi sempre, dopo un po' di tempo cadono in depressione.

Verrebbe da pensare che Obliolandia sia un paesino uggioso e tetro. Tutt'altro. E' un paese ridente, dove, i Tiepidi godono della notorietà che gli è stata negata nel mondo degli esseri umani.

Prima di cena, li si può ritrovare nei bar della Piazza centrale per l'aperitivo, a chiacchierare tra di loro e a raccontarsi a vicenda le proprie vicissitudini. Così alla fine tutti conoscono a menadito la storia degli altri. L'anonimato non esiste a Obliolandia.

Oggi, questo ridente piccolo borgo, vanta l'adozione di una nuova cittadina. L'ho accompagnata io personalmente stamane. Si chiama “Di fama e di sventura” ed è arrivata seconda al Premio Campiello di quest'anno.

Siccome molto spesso i Tiepidi hanno nomi lunghissimi e scomodi da ricordare, è invalsa ormai la prassi di dare subito dei diminutivi ai nuovi arrivati. “Di fama e di sventura” è stata perciò ribattezzata Famina (ché Sventurina pareva brutto).

Famina è un simpatico tipetto sbarazzino. E' sempre vestita alla marinara perché la sua storia in gran parte si svolge a Trieste, ed è bella rotondetta, come tutti i libri che hanno un che di epico e parlano di saghe familiari.

L'ho conosciuta una settimana fa e sono stata con lei 2-3 giorni circa. Chiacchierare con lei è quasi istintivo. Si vede che ha studiato e ha un buon lessico.
Ha solo un paio di difetti, che presi singolarmente non sarebbero manco degni di nota, ma che considerati nell'insieme ne fanno purtroppo un'eterna seconda. Innanzitutto ha il brutto vizio di far cadere il discorso quando sta parlando di persone importanti della sua vita. Cosicché dopo un po', si ha sempre l'impressione che non te la stia raccontando tutta. In secondo luogo, a volte capita che faccia finta di sapere cose di cui è evidente, non ha padronanza. Nei tre giorni in cui siamo state assieme ad esempio, mi ha più volte parlato di Borsa e Finanza, ma si vede da un miglio di distanza che non è farina del suo sacco. Altro piccolo neo: quando no sa cosa dire, invee di prendere pausa e tacere, si ripete. E a volte nel giro di 5 minuti, che in termini “libreschi” vale a dire lungo la stessa pagina.

Certo: c'è anche da dire che ha una mamma molto giovane. Ma i libri purtroppo non sono come gli uomini. Non c'è possibilità che migliorino crescendo.
Perciò, dato che Famina è uscita benino, mi auguro  che la  Federica Manzon si impegni a scodellare presto un altro pupetto, ché potrebbe essere la volta buona.

Ma voi, mi raccomando, acqua in bocca. Obliolandia rimane un segreto tra me e voi.