Sulla differenza tra "amanti" e "Amanti"







"C'è una scena in tutti i serial TV che mia madre guarda ogni giorno dopo pranzo. L'uomo sposato s'annoda la cravatta in piedi accanto al letto dell'amante, le dà un bacio in fronte e se ne va; lei resta discinta sul giaciglio sfatto a fissare triste la porta che gli si è chiusa alle spalle. Molto spesso si abbraccia le gambe e poggia il mento sulle ginocchia, sempre pudicamente coperta dalle lenzuola. Ecco: con Carlo, in undici anni non è mai stato così. Prima di salutarmi, anche quando è di fretta, si prende sempre il tempo di passare dal letto al divano o in cucina, o sul balcone, in un luogo insomma, che non sia quello del piacere, per dar modo anche a me di rivestirmi, o almeno indossare una vestaglia. Per bere un caffè, scambiare due chiacchiere, ridere insieme. Non mi sembra poco. "

[Eva dorme, Francesca Melandri]

Citazioni autosufficienti

Esistono citazioni di diversi tipi. Ci sono citazioni brevi, citazioni che suonano come poesie, citazioni rivelatorie, citazioni ermetiche, citazioni che vanno di moda, e poi esistono le citazioni autosufficienti. Sono piccoli monologhi o dialoghi compiuti, pillole di saggezza non così brevi da poter essere  ricordate a memoria, ma abbastanza  lunghe da spiegare esaurientemente un'intero concetto, reggendosi da sole senza l'appoggio della trama di un libro. In vita mia, da brava lettrice compulsiva ne ho salvato tante. Da qui l'idea di condividerne  ogni tanto qualcuna, a seconda dell'umore o del caso.

In una giornata fate tutto: lo comprate, lo leggete e voilà..lo dimenticate.




Ecco un libro che mi ha deluso profondamente.
A sentir la quarta di copertina racconterebbe di un’insolita e delicata storia d’amore intrecciata con tradizioni lontane e ricette culinarie giapponesi.
Chi pensa di immergersi nella versione nipponica di “Chocolat” si sbaglia di grosso.
E mi sbagliavo anche io a rincorrere questo libro per mesi, perennemente in prestito in biblioteca e sempre esaurito in libreria.

E’ pur vero che si tratta di una storia d’amore insolita: una giovane donna che casualmente rincontra il suo professore di giapponese, e a forza di frequentarlo si innamora di lui.

Avete sentito bene: a forza di frequentarlo.
Perché è inutile che mi si racconti la favoletta dei sentimenti delicati o della magia nell’aria tra un  piatto di miso e uno di matsutake. A casa mia questa si chiama bozza, oppure trama approssimativa.

I casi in realtà sono due.

1) Il libro è stato pensato e scritto per lettori distratti e poco curiosi, a cui poco importa se la protagonista non ha una vita sociale e non si sa perché, non ha amici e non se ne sa il motivo, va sempre a mangiare fuori da sola, ma non si sa bene che lavoro faccia e manco si sa bene com’è fatta. [Il rovescio della medaglia di questa tesi, è che il lettore viene ampiamente sottovalutato.]

2)Il libro è stato volutamente congegnato in questo modo, quasi come fosse un progetto in fase di elaborazione definitiva, perché l’autore non vuole che il lettore badi agli aspetti comuni della vicenda, ma che viceversa, si lasci trascinare dalle sensazioni, partecipando emotivamente all’intrallazzo oltreoceano. [Il rovescio della medaglia  di questa tesi, è che l’autore viene ampiamente sopravvalutato.]

Purtroppo La cartella del professore non si attiene né alla prima, né alla seconda ipotesi.

Se Kawakami, di cui abbiamo una diapositiva, avesse voluto distrarre così tanto il lettore da fargli dimenticare “insignificanti” dettagli come la vita dei protagonisti, avrebbe dovuto impostare la trama su altri parametri (per intenderci, come potrebbe fare un Murakami con le sue trame oniriche ma estremamente tangibili), oppure dimostrare una sapiente arte per gingillare il lettore con livelli diversi da quelli comuni.

Ahimè per me, e per i lettori in genere, non c’è riuscita.
E così si ritorna punto e a capo. Cioè a dover fare i conti, con un lettore che distratto non è, e non avendo niente a cui aggrapparsi, se non la storia, arriva alla conclusione che una quarantenne senza amici, e senza interessi,  il cui unico svago è quello di andare in giro di sera a sbevazzare Sake, non può che innamorarsi, del primo che ha i suoi stessi orari e che divide con lei il bancone del bar. Pazienza se si tratta di un vedovo settantenne, con la passione per gli haiku e le passeggiate a passo veloce.




PICCOLE E GRANDI RIVELAZIONI

Eppure, nonostante il libro non mi sia piaciuto, non ho potuto fare a meno di  scoprire una cosa che mi ha di colpo illuminato su un eterno quesito che avevo, e che adesso non posso fare a meno di condividere con voi.

”Mi ha preso per mano, mi ha portato nella stanza di otto tatami e ha tirato fuori un futon. Io vi ho steso sopra una lenzuolo. Abbiamo preparato il letto come se per noi fosse una cosa  abituale. Senza dire nulla ci siamo sdraiati sul futon. Per la prima volta mi ha preso, con foga e vigore.”

Letto?
Notato qualcosa?
Come no!!!

Ok, partiamo dal quesito esistenziale che leggendo questa frase, ho risolto brillantemente.
Da dove proviene questo atteggiamento posato degli orientali, questa loro placidità interiore, questa saggezza che tutto pervade.. In altre parole: perché noi occidentali siamo impulsivi, nevrotici, stressati e facciamo un mucchio di cazzate, mentre loro si siedono sul fiume e aspettano?

Bè, una delle risposte la trovate in ciò che avete appena letto.
Facciamo un  esempio.
Innanzitutto do per  scontato che voi sappiate cos’è un futon. Ormai imperversa anche nelle case occidentali di chi vuol vivere zen, ed è un vero e proprio “materasso arrotolabile”(letteralmente futon vuol dire proprio questo), che dovrebbe poggiare a terra, o sul tatami se ce l’avete, proprio come la tradizione nipponica richiede, ma che qualcuno per comodità poggia anche su doghe, o volendo, vista la versatilità, anche sul fondo di una vasca quando furenti dopo un litigio, si vuole cacciare il partner dall’alcova. Personalmente, non ho nessuna  simpatia per il futon, anche perché non mi piace far lavorare i miei addominali per alzarmi dal letto, senza neanche aver offerto al mio corpo un caffè rigenerante. Mi sembra una forma di cortesia minima, che non mi sento di negare ai miei adorati muscoli di ricotta secca. Ma non divaghiamo, e torniamo all’esempio. 

Allora, fate finta: siamo in un posto imprecisato dell’Occidente. Un uomo e una donna si conoscono in un bar. Lui ci prova. Lei ci sta. Dopo un lungo sequel di alcolici mischiati ad arte, lui invita lei a casa  sua. Lei brilla e compiaciuta del  suo fascino, accetta. Lui, appena entrato a casa, sceglie a casaccio ma con posata naturalezza un cd di musica soft per creare atmosfera (lei non sa che lui in realtà ascolta solo i notiziari radio, e il cd l’ha scaricato da internet in vista di una serata come questa), quattro passi allacciati, palle degli occhi che si incrociano, e zac… tempo dieci minuti, e sono già in camera da letto che si strappano i vestiti di dosso con gli applausi degli ormoni festaioli.

In Giappone no. Stessa situazione ma con esito diverso. Perché una volta che la passione trascina i due potenziali amanti in camera  da letto, lui tira fuori…IL FUTON!!! E lei deve anche aiutarlo a srotolarlo bene e a metterci su il lenzuolo. Roba che nei dieci minuti occorrenti ad approntare il giaciglio, lei ha tempo di farsi passare l’effetto  del vino, di ricordarsi l’appuntamento preso per l’indomani alle sette e mezzo del mattino, di notare i boxer di lui con su scritto “I love Mum”, e di chiamare un taxi dal telefono di lui. Insomma: l’indomani avremo in Occidente, una lei che con orrore si chiede  chi è il tizio a fianco a lei nel letto, e in Oriente, una giapponesina vispa e frizzante che corre a un appuntamento di lavoro con una luce di saggezza che le brilla negli occhi a mandorla.

Ecco cosa ci frega in ultimo. Le cose facili, la comodità a portata di mano. Che sembra una cavolata, ma estendendo il principio, se ne può ricavare una filosofia che ci salverebbe da tre quarti dei nostri colpi di testa. Compreso quello di voler spendere a tutti i costi 18,50 euro per un libro che il giorno dopo averlo letto, è già nel dimenticatoio.

Mai avrei pensato di dover spendere tante parole per un libro che parla di fiori





Perché non fraintendiate, chiariamo subito un paio di cosette.

Punto primo: a me le piante piacciono.
Punto secondo: non so però, se ho il pollice verde, verde Veronese, o verde raccolta differenziata.
Punto terzo: è tutta colpa di mia mamma.

Ripartiamo dal punto primo.
I vegetali in generale mi piacciono, anche fosse solo per una questione estetica. Questo però non fa di me un’appassionata. Non ho né un vivaista, né un fioraio di fiducia. E non ho neanche la mia zappetta personale.
In vita mia, ho avuto diverse piantine, alcune regalate, altre comprate.
Ma (e qua saltiamo direttamente al punto terzo), non ho mai potuto verificare le mie doti “giardiniere”, perché ogni vegetale sia passato per casa mia, dopo cinque minuti è diventato proprietà privata di mia mamma. Anche le poche volte che ha cercato di trattenersi limitandosi a dare consigli, non c’è stato niente da fare. In capo a mezza giornata, il giovane virgulto è diventato per osmosi una sua creatura, oggetto di cure e apprensioni, nonché versatile conversatore di non so cosa con mia madre.

A mio disdoro, c’è da aggiungere che io non mi sono mai impegnata troppo a imporre la mia collaborazione all’educazione del “pargolo” di turno. Così, un po’ per pigrizia, un po’ per menefreghismo indotto, a tutt’oggi, non so se  sarei in grado di tenere un balcone come Dio comanda.

Quel che è certo, è che quando mi immagino nel futuro, spesso e volentieri ricorre l’immagine di una Noce Moscata affascinante, abbronzata e languida, nel giardino di una villetta unifamiliare, a leggere su un divano-conchiglia in vimini come quello a lato, immersa in un tripudio di fiori sani e multicolori.

Così, vista la mia propensione all’ozio bucolico, quando ho capito di cosa trattava questo libro, ho incominciato a leggerlo con un certo entusiasmo. E a fine libro, ho definitivamente concluso che da grande farò la giardiniera, in alternativa alla professione di promettente avvocato, che però ancora non ho -.-‘

Ma passiamo a illustrare brevemente, ciò che da giardiniera in potenza, e non in fieri, mi ha colpito di più.

IL FORMATO: Ah, il formato dà veramente grandi soddisfazioni. E’ un libro, formato grande, corposo, con le pagine spesse e semilucide. Sa tanto di manuale d’architettura d’interni. Uno di quei tomi, che sembrano pensati per essere non solo letti, ma sfoggiati nella prima fila della libreria.

- Le illustrazioni, compresa quella in copertina, sono ovviamente a tema floreale, un collage di stili che se a colpo d’occhio, può sembrare un tentativo naif mal riuscito, a ben guardare, regala freschezza e originalità a ogni capitolo.

IL CONTENUTO: in qualità di ammirata e rispettosa osservatrice dei balconi e giardini altrui, ma sicuramente non un’esperta, non sarei potuta rimanere affascinata, se questo libro si fosse rivelato un vero e proprio manuale di giardinaggio. Potrei invece definirlo come una chiacchierata del tutto informale con la Dandini sui suoi ricordi, aneddoti, consigli, piccoli e grandi scoperte fatte sul campo. Cose raccontate con tale semplicità, che quando per dovere di cronaca, snocciola i nomi latini delle piante, non ti viene voglia di chiudere la chiacchierata con una scusa improbabile, ma anzi, se si potesse, di incitarla a continuare.
E così, durante quest’amena passeggiata nel viale dei ricordi ed esperienze Dandiniane, non ho scoperto cose che voi umani bla bla bla, ma piccole visioni, e prospettive angolari che da sola non avrei potuto cogliere.

Ad esempio:

-partendo dall’ovvia considerazione che prima di progettare un giardino, bisognerebbe avere la pazienza di osservarlo per un po’ di tempo, in modo da evitare di metterci a dimora fiori a casaccio, mi sono resa conto, con una certa soddisfazione, che chi ha la passione per la fotografia, e quindi ha una naturale predisposizione alla composizione estetica (o almeno dovrebbe), partirebbe indubbiamente avvantaggiato.

Perché “Le qualità di un giardiniere sono la capacità di osservazione, la pazienza e l’estro di concepire un giardino come un piatto”.(Pag. 68)

-che in Italia esiste questo posto, che naturalmente adesso smanio dalla voglia di andare a vedere.
Si chiama Ninfa, e non è né un parco, né un orto botanico, ma è un vero e proprio paesino fantasma adibito a giardino, dove la natura viene assecondata, e dove sono le rovine medioevali a far capolino tra i fiori, e non il contrario.

-che zappettare e seminare, oltre a ricondurci a un intimo tête à tête con la Terra che di questi tempi non fa mai male, oltre a ricordarci che cosa vuol dire prendersi cura di qualcosa obbedendo alle leggi della  Natura, che ormai contempliamo solo sullo sfondo del nostro desktop, ci permette di riconciliarci col mondo e consente di poterci definire degli ottimisti a tutto tondo.

Ottimismo. Ecco cosa rimane di questo libro, una volta chiuso. Anche perché astutamente, la Dandini, in zona Cesarini, oltre a fare i dovuti ringraziamenti, si rivolge in particolare alla famiglia De André-Ghezzi, e ci allega la foto di un paio di paginette autografe di Fabrizio, in cui si può spiare il progetto schizzato a penna del suo giardino. Bella mossa.



Ho chiuso il libro con gli occhi lucidi e la voglia di comprare partite chilometriche di fiori.

Unica pecca: la canzone della Pizzi che faceva “Grazie dei fiori, tra tutti quanti li ho riconosciuti” non fa per me, almeno nel senso letterale del “riconoscere”. Considerando che per decenni, ho chiamato le ortensie “quelle palle coi fiorellini tutti attaccati”, e i tulipani “quei fiori che stanno sempre nelle cartoline Olandesi”, se la Dandini, avesse messo qualche foto esplicativa dei fiori citati, lo avrei gradito. Pazienza. Google ringrazia. :)


Insomma un tributo ecochic a ciò che calpestiamo giornalmente, ma che non guardiamo mai.